Che si tratti di un momento delicato lo si capisce dalla tensione palpabile all’interno della maggioranza di governo. Nell’intervento di giovedì 9 aprile in Parlamento la premier lo ha indicato chiaramente, evocando persino l’ipotesi di dimissioni: “Probabilmente sarebbe convenuto, sul piano tattico – ha incalzato Meloni – invocare le elezioni per giocare sull’effetto sorpresa, sulla divisione delle forze di opposizione e, nella peggiore delle ipotesi, lasciare a qualcun altro il compito di mettere la faccia sui difficili mesi che arriveranno”.
Il riferimento è allo choc energetico che potrebbe avere conseguenze rilevanti, con rincari dei carburanti ma anche delle materie prime e, di conseguenza, ripercussioni su tutti i consumi degli italiani. Una crisi che si innesta su una congiuntura di forte fragilità strutturale per il nostro Paese, al di là dei proclami ottimistici dei mesi scorsi da parte dell’esecutivo.
Il rischio “stagflazione”
Il vero spettro che aleggia sull’economia è quello della stagflazione: una fase di crescita bassa o nulla accompagnata da un’inflazione elevata. Si tratta di un fenomeno che ha caratterizzato in particolare gli anni ’70, in seguito alla crisi petrolifera legata alla guerra dello Yom Kippur, ed è tipicamente associato a forti choc energetici.
È uno scenario particolarmente difficile da gestire per i governi. Se si interviene per sostenere la crescita, si rischia di alimentare ulteriormente l’inflazione; se invece si punta a contenere i prezzi, si può finire per deprimere ancora di più l’economia. Per l’Italia, il rischio è amplificato dall’elevato debito pubblico, che limita i margini di intervento fiscale: ogni nuovo sostegno a famiglie e imprese deve fare i conti con vincoli di bilancio sempre più stringenti.
L’allarme della Bce sull’inflazione e le stime dimezzate per la crescita
Non è un caso che, proprio a questo proposito, Roma stia spingendo per modificare il patto di stabilità che però lo stesso schieramento politico di Meloni ha contribuito a siglare e che oggi viene contestato.
Durante la crisi energetica del 2022, conseguente all’invasione russa dell’Ucraina, il governo italiano ha speso decine di miliardi per calmierare bollette e carburanti: misure efficaci nel breve periodo, ma difficilmente replicabili su larga scala. Oggi lo spazio fiscale è più ristretto, anche alla luce del ritorno delle regole europee di bilancio. Questo significa che eventuali nuovi interventi dovranno essere più mirati e probabilmente meno generosi. E soprattutto non indolori: il taglio delle accise, introdotto a marzo e prorogato fino al primo maggio, ad esempio ha avuto un impatto di circa un miliardo di euro al mese, risorse sottratte ad altre voci di bilancio.

Nel frattempo, il rischio è che l’aumento dei costi energetici si traduca in una nuova ondata di inflazione e in un freno significativo alla crescita. Secondo la Bce, il rialzo dei prezzi dei beni energetici potrebbe riportare l’inflazione “al di sopra del 2% nel breve periodo”, mentre nel secondo trimestre del 2026 è previsto un aumento fino al 3,1%.
Si tratta, naturalmente, di previsioni: nessuno sa al momento come evolverà la crisi in Medio Oriente. È però indicativo che, almeno per ora, le autorità europee, come il commissario all’energia Jorgensen, invitino a contenere i consumi energetici.
Nel frattempo, anche le previsioni di crescita per il 2026 dell’Italia, elaborate nel Global Economic Outlook di Standard & Poor’s, sono state riviste al ribasso: dallo 0,8% allo 0,4%. Dati che si inseriscono in un contesto di fragilità strutturale per il Paese che si protrae da anni.
Crescita e e produzione industriale durante il governo Meloni
Nonostante un Pnrr particolarmente consistente (che nel 2026 entrerà nella sua fase conclusiva), l’Italia nel 2025 è cresciuta meno di Spagna e Francia e circa la metà della media dell’Unione europea. Più in generale, come si può intuire dal grafico sotto, la crescita non è stata particolarmente sostenuta negli anni del governo guidato da Giorgia Meloni, che ha puntato più sulla stabilità finanziaria che sul supporto all’economia reale.
Un altro segnale arriva dalla produzione industriale, ossia l’indice che misura il volume fisico dei beni prodotti dall’industria manifatturiera. Si tratta di uno degli indicatori più utilizzati per valutare la salute dell’economia reale, perché riflette la domanda di beni, gli investimenti delle imprese e l’andamento dell’occupazione nel settore. Secondo l’Istat, questo indice è in calo quasi continuo a partire dal 2022.

Una dinamica legata anche allo choc energetico seguito all’invasione russa dell’Ucraina, che ha messo sotto pressione in particolare i settori più energivori, tra cui l’automotive. Il trend, però, non promette nulla di buono, soprattutto se i rincari energetici dovessero proseguire. E le ricadute si vedono anche su uno dei nodi strutturali dell’economia italiana da oltre trent’anni: i salari.
Il problema degli stipendi bassi (e le sue cause strutturali)
Il problema dei bassi salari non nasce certo con il governo Meloni. Come già osservato, l’Italia sconta da anni una dinamica salariale sostanzialmente stagnante, con retribuzioni ferme ai livelli degli anni ’90. Un fenomeno che è tornato di stretta attualità a partire dal 2022, quando l’inflazione ha ripreso a mordere, incidendo pesantemente sul tenore di vita delle famiglie.
Solo per fare un esempio: tra il 2019 e il 2024 le retribuzioni contrattuali hanno perso il 10,5% del potere d’acquisto a causa della forte crescita dei prezzi. Oggi lo scenario si ripropone con la crisi energetica, nonostante i timidi segnali di recupero avvertiti anche grazie al taglio del cuneo fiscale del governo, che ha alleggerito il carico contributivo sulle buste paga per i redditi fino a 40 mila euro.
Il vero tallone d’Achille dell’economia italiana, però, è legato ad altri fattori, in primis alla produttività. La produttività del lavoro misura il valore medio di beni e servizi prodotti da ciascun lavoratore in un determinato periodo di tempo. Per un’azienda, un’elevata produttività si traduce in maggiori profitti, crescita e competitività; a livello nazionale incide direttamente sul Pil. È un fattore chiave anche per i lavoratori, perché tende ad accompagnarsi a salari più elevati, migliori opportunità di crescita professionale e, non di rado, a una riduzione delle ore lavorate a parità di retribuzione.
Il problema è che la produttività del lavoro in Italia è stagnante da anni e, negli ultimi cinque, ha persino registrato un calo rispetto ai principali Paesi europei, come si può vedere dal grafico sopra. L’aumento dell’occupazione rivendicato in questi anni dal governo è invece concentrato in settori come turismo, ristorazione, commercio al dettaglio e logistica: ambiti caratterizzati da basso valore aggiunto, scarsa produttività e un’alta incidenza di part-time involontario, spesso associato a condizioni di lavoro povero.
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L’altro grande elefante nella stanza è il costo dell’energia, che in Italia resta sensibilmente più elevato rispetto agli altri Paesi europei. Solo per fare un esempio, secondo i dati del Gme (Gestore dei mercati energetici), il prezzo medio dell’energia elettrica all’ingrosso in Italia è stato di circa 116 €/MWh, contro gli 87 della Germania, i 65 della Spagna e i 61 della Francia nel periodo compreso tra gennaio e ottobre 2025.
Una zavorra che pesa sulla produzione industriale (e, indirettamente, anche sui salari) e che non consente di guardare con troppa serenità ai prossimi mesi. E che non fa dormire sonni tranquilli nemmeno dalle parti di Palazzo Chigi.