WASHINGTON. Dana White incontrerà oggi il presidente Trump alla Casa Bianca. Il patron della UFC (Ultimate Fighting Championship) la lega di arti marziali miste (Mma) ieri era a Londra per assistere a un match. Parlando con i reporter che gli chiedevano se avrebbe accettato l’offerta di Trump di diventare il portavoce dell’Amministrazione ha detto che sarebbe «partito immediatamente» per Washington e che avrebbe fatto sapere qualcosa solo dopo l’incontro.
Dana White è uno dei sostenitori più convinti di Trump, i due sono amici da tempo, il presidente è un appassionato di lotta e White ha organizzato il mega evento a metà giugno con l’ottagono – il ring per l’Mma – nel South Lawn della Casa Bianca. White, nativo di Boston e che fra il Massachusetts e soprattutto Las Vegas ha costruito la sua fortuna, è entrato, dopo la vittoria delle presidenziali di Trump nel 2024, nel board di Meta.

La richiesta a Dana White di colmare il gap è stata presa all’inizio quasi come una boutade rilanciata anche da un possibile caso di omonimia: una donna, Dana W. White, infatti, è stata portavoce del Dipartimento della Difesa (oggi della Guerra) nel primo mandato di Trump. E’ un’esperta di comunicazione istituzionale e certamente più del capo della Ufc potrebbe colmare il vuoto nell’Amministrazione lasciato dalla partenza di Karoline Leavitt e dalle dimissioni di Katie Zacharia, chiamata a sostituirla, dopo appena cinque giorni. «Messaggio a tutti coloro che mi stanno inviando le congratulazioni: grazie, ma avete la Dana White sbagliata», ha postato la ex portavoce ironizzando pure: «Ho preso domande dal podio del Pentagono, mai sono stato su un ottagono. E vorrei continuare così».
La CNN sabato sera registrava – citando fonti anonime – il rifiuto di White, ma l’incontro di oggi tiene aperta la suspense.
Diversa è l’attesa invece al Congresso. Domani la Camera riapre i lavori dopo la lunghissima pausa (oltre cinque settimane) voluta dallo Speaker Mike Johnson. E ripartirà dalla polemica che aveva contribuito la leadership repubblicana a mandare i deputati in “ferie” anticipate. Thomas Massie, repubblicano del Kentucky anti Trump e sconfitto alle primarie, infatti presenterà la sua mozione per l’impeachment contro Pete Hegseth. «C’è solo una cosa che potrebbe spingermi a non fare questa mossa, le sue dimissioni», ha detto ai reporter. Dopo Midterm il clima politico è mutato e anche se il nuovo Congresso si insedierà il 3 gennaio, ora molti repubblicani potrebbero sentirsi non vincolati ai desiderata di Trump. Dan Bacon – non candidato – ad esempio ha detto che Hegseth qui «non gode di molto amore». Non ha deciso come voterà. Altri repubblicani, parlando con Axios, hanno confidato la loro rabbia per la retorica di Hegseth e la gestione della guerra in Iran. Il segretario della Guerra cammina su uno «strato sottile» di ghiaccio. I democratici presumibilmente voteranno compatti per l’impeachment. Hakeem Jeffries, il leader e prossimo Speaker ha dichiarato alla ABC: «Il mio è un si solidissimo».
Se non dovesse passare il via al processo, riproveranno i democratici da gennaio quando potranno contare su 254 deputati (259 stando alle proiezioni, mancano 20 seggi da assegnare), una maggioranza solidissima.
Trump continua a ribadire fiducia a Hegseth e nell’intervista alla CBS andata in onda ieri in serata ha detto che ci saranno dei ritocchi al suo Gabinetto ma non ha citato né Hegseth né altri. La Casa Bianca intanto – che oggi entra nella gestione Stephen Miller, neocapo dello staff – perde Richard Wagner, collaboratore di Susie Wiles. Si è dimesso. Nel mirino dei democratici c’è anche Todd Blanche, Procuratore generale.
Il presidente è tornato a parlare di Midterm: «Il voto ha segnato un passo indietro nella storia, ma temete, ritorneremo», ha scritto promettendo battaglia.
E in un’intervista telefonica con la CNN, il presidente è tornato sul tema Iran e definito «altamente improbabile» un ritorno alla guerra fintanto che ci saranno progressi nei negoziati sul nucleare e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. «Dipenderà se firmeranno o meno un accordo forte», ha detto sottolineando che «sono una nazione fallita, hanno il 301% di inflazione. Ma se sarà necessario colpire, lo faremo con forza e li finiremo».