Fiero nemico di scelte facili e scontate, Max Gazzè è alfiere della verità: quella del suono e delle parole, o meglio del suono delle parole, verità come autenticità dei brani che nel suo ultimo album abbandonano la forma classica della canzone, per amalgamarsi con la musica e creare un linguaggio distante anni luce dal mainstream, dall’ossessione del singolo, dalle regole del mercato.
L’ornamento delle cose secondarie ha cominciato il suo viaggio in tour, data zero a Spoleto e da ieri a Mestre, e anche i concerti non sono semplici concerti. «Normalmente di un disco nuovo, dal vivo porti 5-6 brani. Io ho deciso di complicarmi la vita e farli tutti e 20».
Com’è stato accolto dal vivo?
«Molto bene. Ho scelto teatri non troppo grandi per mantenere un’identità più intima. Questo disco non è una raccolta di hit radiofoniche: è un lavoro narrativo, in cui ho recuperato testi del passato lasciati a metà, appunti sparsi, insieme a musiche che avevo accantonato nel tempo, e ho seguito il suono naturale delle parole. Mi piace giocare con le metriche e con i tempi, anche in modo insolito».
L’ornamento delle cose secondarie va controcorrente rispetto a quello che oggi richiede il mercato. Un atto di libertà o di ribellione?
«Di incoscienza. Non sono contro la discografia, anzi, ho sempre collaborato con i discografici. Semplicemente, questo era il disco che volevo fare. Ho ritrovato nei cassetti vecchi fogli pieni di segni, macchie, perfino muffa. Poi ho iniziato a musicarli, dedicando moltissimo tempo alla ricerca del suono: microfoni d’epoca, apparecchiature valvolari, registrazione su nastro. Volevo una qualità sonora morbida. Tutto doveva suonare caldo e naturale. Non c’è uno strumento finto, non un solo suono campionato».

Ma il pubblico oggi ha ancora la pazienza per una musica che richiede attenzione, impegno?
«Era il mio dubbio principale. Magari viene un bambino di 12 anni che vuole sentire Sotto casa e io gli piazzo un mattone, finisce che i loggionisti mi tirano i pomodori… Invece è successo il contrario e credo che sia una risposta naturale a tutto il posticcio che siamo costretti a subire. Ormai non sappiamo più distinguere il vero dal falso, ieri leggevo che il governo nepalese ha denunciato migliaia di video finti della drammatica alluvione… Per questo la mia piccola battaglia è cercare di manifestare l’autenticità. Nel mio concerto non ci sono sequenze registrate. È tutto suonato dal vivo da musicisti straordinari. E il pubblico lo percepisce. A Spoleto c’è stato un silenzio quasi religioso. Nel primo atto non parlo mai: c’è un attore che interpreta un uomo-clessidra, una figura legata al tempo, che introduce i brani».
Allora è pronto per tornare a Sanremo, De Martino ha bandito l’intelligenza artificiale: lei che rapporto ha con l’Ai?
«Nella musica non l’ho ancora sperimentata fino in fondo. Non sono assolutamente contro, premesso che quella che usiamo ora è uno scherzo rispetto alla vera Ai che arriverà tra qualche anno».
Cioè?
«Quella dei computer quantistici: allora non solo non sapremo più se quello che guardiamo è reale, ma non sapremo se lo è nemmeno quello che tocchiamo. I processori quantistici risolveranno in 3 secondi quello che un supercomputer attuale impiegherebbe 7 miliardi di anni a risolvere».
L’INTERVISTA
Max Gazzé: “Ho aperto i cassetti del passato, un atto di resistenza al digitale”
ADRIANA MARMIROLI


Torniamo al passato. Quest’anno sono 30 anni di carriera. Cito un suo verso degli esordi da La favola di Adamo ed Eva: «Chiedo venia trovo un po’ esagerato pagare tre volte un litro di benzina, sentirsi ridire con sorrisi di rame che sono costretti dal mercato dei cambi»: pare cambiato poco, anzi…
«Quel verso corrispondeva a una visione bohémienne di quel momento. Oggi è peggio, c’è speculazione selvaggia ovunque, tutto sfugge al nostro controllo, le decisioni importanti vengono prese da altri, vale per l’economia, per la politica. Sono cresciuto a Bruxelles e ho vissuto da vicino l’idea dell’Europa dei popoli. Ma quell’idea è stata tradita, è diventata sempre più in un’Europa dei mercati».
La morale resta la stessa?
«Andate a cagare voi e le vostre bugie: sì, quella resta lì così».
Un discorso politico: in una scala che va da Springsteen che tuona contro Trump a De Gregori che si chiede a cosa serva lei come si colloca?
«Ci sono artisti che usano il palco anche per discorsi politici. È una scelta che rispetto molto. Ma non è il mio, sul palco preferisco fare musica. Nei testi e nelle parti recitate dello spettacolo ci sono riflessioni che possono avere una valenza politica, ma in senso più filosofico che partitico. Detto questo, non mi sottraggo, non mi tiro indietro, sono felice di confrontarmi e spendermi per le cause in cui credo, perché siamo una comunità e io la penso come Ermete Trismegisto: il mondo è come un corpo e se ti fa male il braccio sinistro il braccio destro non può dire: chi se ne frega».
Anche ErmeteTrismegisto…
«Ho appeno letto il Corpus Hermeticum, tomo di 2 mila pagine».
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Ci sono cose che un tempo riteneva secondarie e oggi considera importanti?
«Il prossimo anno compio 60 anni, oggi ho meno ansia di raggiungere risultati e più voglia di vivere con calma e consapevolezza. È cambiato l’approccio verso la vita. Tra vent’anni vorrei arrivare a non possedere più niente».
Molto francescano.
«Sì, ma non per motivi religiosi. L’idea è che sono nato nudo e vorrei morire nudo. Accumuliamo una quantità enorme di oggetti, ma pochissimi sono davvero essenziali. Non so se riuscirò davvero, ma trovo che ci sia una grande libertà nel non essere troppo attaccati alle cose».
Se il Max di trent’anni fa ascoltasse questo disco, cosa penserebbe?
«Gli piacerebbe moltissimo. Anche perché nel 1995, quando registravo il primo disco, passavo le notti in studio e le mattine ad assistere alle registrazioni dell’Amleto di Carmelo Bene, un’esperienza che mi segnò. Il Max di allora riconoscerebbe molte cose presenti in questo disco: l’attenzione alla parola, al suono, all’atmosfera. Ma prima di tutto penserebbe: dopo 30 anni sarò ancora lì a fare dischi e tour? Che privilegio… che culo».