Abdul El Sayed ha la lingua tagliente e un gusto per l’ironia senza uguali.
Dal palco di Detroit nella notte del trionfo sceglie il suo bersaglio prediletto, JD Vance, per ricordare a tutti che il 3 gennaio entrerà dalla porta principale di Capitol Hill, si accomoderà sullo scranno riservato al Michigan e giurerà. «Sapete cos’è la cosa ironica – ha detto, esordendo con habibi, mio caro in arabo – che quel giorno sarà, per i doveri imposti dalla Costituzione, proprio JD a farmi giurare».

L’epidemiologo 42enne, dirigente della sanità pubblica, è la punta dell’iceberg di una pattuglia di nuovi senatori (sette, potenzialmente nove) che stravolgono gli equilibri a Capitol Hill ed entrano sotto quella grande tenda democratica dove le contrapposizioni sono più della sintonia e dove i progressisti e i gruppi più moderati e quelli dell’establishment misureranno già da oggi il loro peso. Con davanti un grande interrogativo sulla strada da imboccare: vendetta o riforme?
Al Senato sbarcherà in gennaio quella che il New York Times ha già ribattezzato una «nuova generazione di Dem». El Sayed è musulmano, Adam Hamilton un pastore della United Methodist Church del Kansas che sino a gennaio del 2026 era registrato come repubblicano. Poi ha pensato per un attimo di correre come indipendente, ma non avrebbe avuto fondi a sufficienza. Da qui il salto nel campo democratico, vittoria alle primarie e Kansas colorato di blu per la prima volta dal 1932.

Josh Turek è un bi-campione paralimpico, ha votato per George W. Bush (due volte), si è definito il «populista delle praterie» per l’opposizione alle tariffe di Trump. «Sono le famiglie come la mia che pagano i tagli alla sanità della Casa Bianca».
Tema questo su cui i democratici trovano perfetta intesa. Troy Jackson, ex taglialegna nell’azienda di famiglia, sindacalista del settore, invece qualche tariffa la vorrebbe per evitare che la concorrenza sul legname dal Canada sia sbilanciata. Lui ha messo subito le mani avanti. Vuole la presidenza – o ruolo di rilievo – nella Commissione per gli stanziamenti di bilancio, il luogo dove passano i fondi da destinare ai vari progetti negli Stati.
James Talarico viene dal Texas, 37 anni, ex seminarista, insegnante e primo democratico dal 1994 a sbarcare a Washington. La lotta alla corruzione e alle grandi corporation lo avvicina a El Sayed, il radicalismo anti-Israele li divide. E poi Annie Andrews in South Carolina vincitrice a sorpresa. Pediatra che ha un’agenda imperniata su un punto chiaro: i costi per l’assicurazione sanitaria. Chris Pappas è il primo omosessuale dichiarato; Flanagan, la prima nativa, è stata eletta in Minnesota.
Non solo il Senato si rinfresca. Ci sono prime volte sparse ovunque nella geografia politica americana. Quattro afroamericani diventano governatori, la 29enne sostenuta dai socialisti del Dsa Merat Kiros è la prima donna Gen Z, Gina Hinojosa, 52enne, cattolica che ha trasformato una gravidanza difficile portata a termine in un emozionante spot, Keisha Bottoms è la prima democratica nera a diventare governatrice nello Stato simbolo del Sud, la Georgia.

Che fare allora? «Con o senza intesa con l’Amministrazione faremo di tutto per abbassare il costo della vita», dice Chuck Schumer in una conferenza stampa al Congresso; Hakeem Jeffries, prossimo Speaker della House (a proposito di prime volte, sarà il primo afroamericano) delinea già il programma: lotta al carovita, commissioni di controllo, restrizioni per finanziamenti all’Ice e condizionamenti e stop a parte dei fondi per il Pentagono per la guerra in Iran. Il libro delle idee, si capisce subito, dovrà essere ben negoziato. Anche dentro i Dem. Fra moderati e progressisti che si muovono nel post Midterm con l’orizzonte del 2028 e dove l’ala liberal e socialista, galvanizzata dal successo dei suoi esponenti (5 candidati del Dsa sono stati eletti alla Camera), sogna un suo candidato. O una sua, nome unico Alexandria Ocasio-Cortez. Azioni in rialzo, segnali che correrà ancora nascosti.
Il deputato Robert Garcia intanto avverte i trumpiani: «Cercatevi un avvocato». È il grido di guerra contro la corruzione, gli affari della famiglia Trump, dei miliardari che lo circondano, del mondo delle criptovalute, degli “amici” di Epstein. È pronto a inviare mandati di comparizione, sfidare i ministri di Trump e pensare all’impeachment. I moderati frenano per ora, pensando alle leggi da fare. Greg Casar: «Dobbiamo subito passare leggi ambiziose». «Aspettiamo il 2028 per fare scelte coraggiose» gli ribatte Brian Schatz, senatore dell’Hawaii. Da gennaio si parte, tutti, volti nuovi e vecchie volpi, sotto la stessa tenda.