Bernie Sanders è in Italia per dire agli italiani, prima di ogni cosa, che Donald Trump non parla a nome di tutti i cittadini americani, e che «le sue azioni nei confronti dell’Europa non rappresentano in alcun modo la posizione della stragrande maggioranza del popolo statunitense, che invece auspica un rapporto forte e positivo con voi, e noi faremo di tutto per ristabilirlo al più presto».
Lo dice dopo essere salito sul palco dell’auditorium del Lingotto, alla fine della terza giornata del Salone del Libro di Torino, in una coreografia da convention: lo precede una carrellata di immagini di lui che stringe mani in giro per il mondo, poi parte Power to the people, la gente batte le mani, canta, lui appare, apre le braccia, fa il suo speech.
E dice tutte le ragioni per le quali dobbiamo essere preoccupati, le fa coincidere con quelle per le quali le forze progressiste devono unirsi, combattere: le Midterm sono vicine, vincere al Senato è per lui una possibilità concreta e renderebbe il contrasto alle politiche trumpiane molto più incisivo, concreto. «A New York con Mamdani abbiamo dimostrato che si può vincere, se si è uniti. E se si torna a parlare con le persone, porta a porta, a nome di un partito che torni a essere vicino ai lavoratori, che collabori con le forze sindacali».
Quando Francesco Costa, direttore del Post, gli domanda cosa intende fare il Partito Democratico per vincere, e glielo chiede sottolineando che l’America non è New York (e uno che ha fatto il sindaco di Burlington lo sa), e dicendogli che unire le forze progressiste non è mai facile, ma quando ci sono i fascisti lo diventa, e la Resistenza italiana lo ha dimostrato, Sanders risponde poco, risponde male: effettivamente non risponde.


Dice che gli americani, anche se è difficile crederlo, sono progressisti, molto più progressisti di quello che sembra, e che gli stessi repubblicani, anche quelli vicini a Trump, non sono fascisti, ma sono zittiti, hanno paura del presidente, sanno che qualsiasi dissenso ha un costo elevatissimo, e, anche se non lo dicono, sono vicini a molti cittadini che «non sono più disponibili a spendere neanche un centesimo per sostenere una guerra come quella mediorientale».
Il consenso di Trump, in sostanza, è tarlato anche dove sembra compatto e solido. Se per il doppio fronte mediorientale (Gaza e Iran), il popolo statunitense, e in particolare quello progressista, non vuole più spendere un centesimo, per l’Ucraina, invece, sì, anche perché «diventa sempre più chiaro che Trump vuole assomigliare a Putin e vuole trasformare il congresso in una duma. Tutti i dem sono per il ripristino del finanziamento a Kiev: è estremamente deprimente che da 4 anni si combatta una guerra che non porta da nessuna parte, ed è altrettanto deprimente che l’Europa non riesca a sbloccare una catastrofe che ha in casa».
Difficile immaginare che sul sostegno all’Ucraina la sinistra americana sia l’unica sinistra non scissa, e compattamente decisa per il farlo. Ma tant’è. Sanders è speranzoso anche se non contagioso: ogni sua speranza richiede un’azione collettiva, una presa di coscienza, un lavoro faticoso. Non è un populista: non semplifica. Ma difetta in efficacia. In questo è poco americano. Non vende sogni, ma dice: se lottiamo, possiamo vincere. Non dice mai: vinceremo. Non promette soluzioni, non ha un’idea di mondo: ha un’idea di cosa difendere, una contezza dei pericoli (l’Intelligenza Artificiale e i tecno oligarchi che l’hanno sviluppata e la controllano).
Non risponde alla domanda di Costa su cosa la sinistra abbia sbagliato tanto da regalare il Paese a Donald Trump. Dice solo che il partito deve tornare vicino ai lavoratori. E più che dirlo lo racconta come un’azione in atto, un presente che si fa, e si consolida.
l’intervista
David Grossman: “Israele è ancora una democrazia. Ma con Netanhayu la strada è senza uscita”


È il senatore socialista del Vermont che abbiamo imparato a conoscere: serio, malvestito, nonno, ebreo secolare (così si autodefinisce), icona dell’ala più radicale del progressismo americano (ragione per la quale, forse, non è mai diventato il candidato del Partito Democratico alle presidenziali del 2016 e del 2020), e ringiovanito dalla collaborazione con il sindaco di New York Mamdani, con il quale il mese scorso ha creato Union Now, una organizzazione no profit per la tutula dei lavoratori. Ma ha 86 anni.
L’oligarchia americana è un problema certamente più consistente della gerontocrazia, ma l’invecchiamento della classe politica è un fatto che la sinistra dovrebbe riconoscere e contrastare, e che invece nelle parole di Sanders non entra. Il fato che sia fortemente improbabile una sua candidature alle prossime presidenziali (lo conferma anche se in modo piuttosto vago, scherzosamente vago) non giustifica l’omissione.
Le idee che Bernie Sanders ha più chiare riguardano l’Intelligenza Artificiale, e il fatto che esprime gli interessi di pochi, e rappresenta – ci pensiamo molto meno di quanto dovremmo – la rapacità del capitalismo digitale: «L’avidità degli oligarchi delle Big Tech è un inedito assoluto. Sono così ricchi e così pochi che si considerano come i monarchi del diciannovesimo secolo in Europa. Dicono di credere nella democrazia ma non è vero: detestano l’Europa perché sanno che qui i governi sono ancora tenacemente attaccati alla cura dei cittadini. Elon Musk è un bugiardo e dovrebbe vergognarsi: dice che l’Ai ci libererà prima dal lavoro faticoso e poi dal lavoro. E non dice che né gli Stati Uniti né qualsiasi altro Paese del mondo è minimamente preparato a reggere la scomparsa di milioni di posti di lavoro. Tutti gli analisti americani sono spaventati dall’ipotesi della scomparsa della manifattura. Tutti gli scienziati, inclusi quelli che allo sviluppo dell’Ai hanno contribuito e lavorato, sono concordi nel ritenere del tutto imponderabile quello che succederà nel momento in cui l’Ai diventerà sempre più umana: perderemo il controllo».
Come siamo arrivati qui, se i ricchi e i super ricchi in America non solo ci sono sempre stati, ma sono stati spesso dei filantropi? Le ragioni sono due, per Sanders (risponde quasi a tutto dicendo: ci sono almeno due questioni): la prima è che negli Stati Uniti c’è un sistema di finanziamento delle campagne elettorali estremamente corrotto, e quindi i ricchi pagano e di fatto comprano i partiti che fanno i loro interessi, «cosa che ha svantaggiato i dem enormemente negli ultimi anni»; la seconda è che le big tech non creano molta forza lavoro, e quindi i suoi padroni non hanno bisogno di persone.
Nel mondo che abitiamo un numero straordinariamente piccolo di persone detiene oggi più ricchezza e potere di qualunque altro gruppo equivalente nella storia della civiltà moderna: a Sanders è chiaro che la rivoluzione necessaria a ribaltare questa tragedia (così la chiama: tragedia) è una rivoluzione socialista. Collettiva. E richiede la consapevolezza di tutti. «Il movimento progressista sta crescendo», dice, tra gli applausi.