
Dal 1980 il festival di Pesaro ha riscritto un capitolo fondamentale della storia della musica riportando in luce una trentina di opere dimenticate di Rossini, tra cui molti capolavori. Ora le rarità ritornano a turno in spettacoli sempre diversi. Per il futuro, il nuovo presidente Michele dall’Ongaro ha idee chiare: seguire gli sviluppi della prassi esecutiva, presentare direttori e registi mai venuti a Pesaro e, perché no, aprire magari il programma anche ad altri autori. Vedremo.
Le Siège de Corinthe (Parigi 1826), scelto per l’inaugurazione, è alla sua terza edizione dopo quelle del 2000 e del 2017. Grazie al direttore Carlo Rizzi con l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, al coro del Teatro Ventidio Basso diretto da Pasquale Veleno e allo strepitoso soprano russo Vasilisa Berzhanshaya, la partitura ha nuovamente impressionato. Opera di guerra, ispirata a quella condotta dai Greci contro i Turchi tra il 1821 e il 1830, mette in scena un ipotetico assedio di Corinto intentato da Maometto II negli anni seguenti la caduta di Costantinopoli. La musica è drammatica, severa. Turchi e greci si scontrano in cori rocciosi, austeri, dolorosi, persino violenti alternati a stupendi momenti di preghiera. Rossini qui non scherza mai, né prende a pretesto il dramma per farlo volare periodicamente in brillanti mulinelli musicali. Fa sul serio, aprendo al romanticismo un filone grandioso ed eroico: Beethoven, a Vienna, lavorava proprio in quegli anni.
Al centro dei due gruppi, spicca il personaggio di Pamyra: figlia del governatore greco, è innamorata di Maometto ed è lacerata tra amore e fedeltà alla patria, finché si uccide per fedeltà a Corinto e al suo popolo. Berzhanshaya, che nasce contralto, è ora un soprano sul modello della Callas: voce drammatica, incisiva, forte ma insieme aerea, leggerissima, magicamente volatile nei vocalizzi. Toccano a lei due tra le arie più belle del mondo: «Du séjour de la lumière» e «Juste Ciel, ah!, ta clémence», preghiere di pura estasi melodica.
Accanto a questa donna dolorosa e moderna, i personaggi maschili, più convenzionali, impallidiscono: ma Maxim Mironov (Néoclès) Matteo Roma (Cléomène) e Adrian Sâmpetrean (Mahomet II), hanno dato loro la credibilità tecnica ed espressiva per mantenere sempre alta la tensione impressa abilmente allo spettacolo da Carlo Rizzi.
A dispetto dell’austerità dell’opera e della sua poesia, la regia di Davide Livermore è di un’esuberanza orgiastica. Oggi si usa trasporre le opere in tempi attuali: ma questa è un’allegra scorribanda tra i millenni. I greci del XV secolo sono in costumi greco-romani, i turchi in doppiopetto moderno, con borsalino di paglia in testa: i primi impugnano le lance, i secondi li filmano con i telefonini. Sullo sfondo, quattro ore di fantasmagoriche figure in video design: mareggiate, incendi, architetture classiche, spiagge, piogge di sangue e di fuoco, nubi, tempeste ecc. Sulla scena, statue classiche, reperti archeologici, sacchi della spazzatura, la venere di Milo e un frammento di tempio ionico, impalcature per restauri, enormi sassi, tutti mossi in una pletora di figure che circondano la frastornata Pamyra. Più riposanti e più veri sono parsi i balletti, con la buona coreografia di Erika Rombaldoni, su di una scena finalmente vuota. Alla fine, successo vivo per tutti, con dieci minuti di applausi accompagnati da ovazioni e dalla battuta dei piedi, accanto a isolati dissensi per la regia.