FIRENZE. «Sessant’anni dopo, ricordo diverse cose molto nitidamente. La prima è la paura di camminare nel fango che ricopriva le strade di Firenze, il timore di finire dentro tombini scoperchiati. La seconda, davvero indimenticabile, è l’odore. Un misto di fango dell’Arno, nafta e fetore di carcasse di animali. Per anni, dopo ogni pioggia, quel fetore ha ammorbato la città. Qualche tempo fa, quando mio figlio era adolescente, comprai un oggetto di piccolo antiquariato, ancora incrostato del fango del 1966. Lo bagnai e feci sentire quell’odore a mio figlio che ne fu scioccato. Era l’odore dell’alluvione».
LO STUDIO
In Italia ci sono 20 mila chilometri di fiumi “tombati” e 11 mila zone a rischio alluvioni
Pino Di Blasio

Cristina Acidini, storica dell’arte, soprintendente del polo museale fiorentino per molti anni fino al 2014, prima alla guida dell’Opificio delle Pietre Dure, è stata un “angelo del fango”, una delle migliaia di giovani che dopo l’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966, spalò il fango per salvare libri, opere d’arte e tutte le cose belle della città violate dall’acqua del fiume.
Acidini, si dimise da soprintendente a novembre. Nel suo ultimo discorso ricordò che 38 anni prima, lo stesso giorno, cominciava la sua piccola avventura di “angelo del fango”.
«Avevo 15 anni nel novembre del ’66 e abitavo con i miei genitori di fronte alla chiesa di San Gervasio. Un quartiere che si salvò dalla furia dell’Arno, perché protetto dal muro della ferrovia. Capimmo subito che era successa una catastrofe, a confermarcelo fu Marcello Giannini che alla radio fece sentire il fragore dell’acqua dell’Arno che aveva invaso il cuore di Firenze».
Lei cosa fece?
«Come tutti i miei coetanei ero in vacanza forzata, il liceo Michelangelo era finito sott’acqua. Due giorni dopo mi misi gli stivali e andai a vedere cosa era successo. La prima meta fu la Biblioteca Nazionale. Serviva tutto l’aiuto possibile per estrarre i libri dal fango, tirarli fuori dal pozzo librario. Che era parecchio sotto il livello dell’Arno».
Per quanti giorni rimase lì?
«Non può immaginare quanti giovani c’erano, di nazionalità diverse. E poi tanti soldati, militari che non erano mai stati a Firenze e riuscivano solo a immaginare quanta bellezza fosse stata distrutta dall’alluvione. Io rimasi poco perché chiesero a tutti i volontari di farsi l’iniezione antitetanica per evitare rischi. Il mio medico mi impedì di farla perché ero, e lo sono ancora, molto allergica. Così non potei più andare a salvare i libri alla Biblioteca Nazionale».
Fine della sua avventura da angelo del fango?
«Niente affatto. Andai con alcuni amici al Museo della Scienza in piazza dei Giudici, e la storica direttrice Maria Luisa Righini Bonelli fece attrezzare alcuni banchi da lavoro per i giovani, per togliere il fango dagli strumenti antichi che erano i tesori del museo. Io ebbi in consegna un fonografo di Tommaso Alva Edison. Un lavoro molto minuzioso, dovevi ripulire gli ingranaggi, togliere il fango dai piccoli interstizi».
La sua passione per l’arte sbocciò 60 anni fa?
«Non ci dedicavamo solo a musei e biblioteche, con il gruppo dei miei compagni di scuola ci occupammo anche di una signora anziana che abitava in un seminterrato e aveva perso tutto. Raccogliemmo generi alimentari per lei, pulimmo la sua casa. Poi la vita a Firenze ricominciò».
Il 4 novembre al Mercato di San Lorenzo ci sarà il raduno degli Angeli del Fango. Poi il presidente Mattarella parlerà nel Salone dei Cinquecento?
«Il dovere di tutti non è solo celebrare i 60 anni dall’alluvione, ma sfruttare questi momenti per trasmettere ai giovani la percezione dei disastri e la sensibilità per prevenire rischi futuri».
Da soprintendente del Polo museale fu tra i protagonisti del piano per mettere in sicurezza le opere d’arte custodite nei depositi degli Uffizi.
«Firenze è diventata la capitale mondiale del restauro grazie alla dura lezione impartita dall’alluvione. Ugo Procacci, allora soprintendente, e Umberto Baldini, direttore del Gabinetto di restauro, dissero di quei giorni: “procedevamo per territori sconosciuti senza mappe”. Passarono la notte dopo l’alluvione a togliere i quadri dal Corridoio Vasariano, perché le prefettura aveva dato l’allarme che poteva crollare il Ponte Vecchio. Non poterono dedicarsi ai tesori custoditi nei depositi degli Uffizi, che erano nei sotterranei e vennero gravemente danneggiate. Oggi non sono più sotto il livello dell’Arno, ma al primo piano».
Perché è di importanza cruciale salvare un’opera d’arte in mezzo a un disastro?
«Una bella domanda che non mi sono mai posta. Dobbiamo essere grati per quello che ci è rimasto, una piccola percentuale di ciò che l’umanità ha creato nei millenni. Qualunque opera è un elemento di memoria che va tramandato».