
Un visore davanti agli occhi, un viaggio immersivo tra Colosseo, Terme di Caracalla e Villa Adriana mentre il paziente è sottoposto a una terapia. Oppure, qualche settimana dopo, la possibilità di tornare fisicamente in un museo, camminare tra opere e architetture, condividere un’esperienza fuori dalle pareti dell’ospedale. È da questa doppia direzione (portare l’arte nei centri di cura e riportare le persone nei luoghi della cultura) che nasce Gemelli Art, frutto della collaborazione tra CoopCulture e Fondazione Ospedale Isola Tiberina-Gemelli Isola Ets.
L’obiettivo è importante: integrare la fruizione culturale nei percorsi terapeutici dei malati oncologici, non come momento di evasione, ma come mezzo pensato per intervenire sulla qualità della vita. Il progetto, attivo presso il Centro di eccellenza oncologica radioterapica, medica e diagnostica per immagini dell’Ospedale Isola Tiberina–Gemelli, unisce tecnologia immersiva, patrimonio artistico e attività sul territorio.
«Il confine tra svago e supporto concreto sta proprio nell’intenzione con cui viene progettato il tutto», spiega Letizia Casuccio, direttore generale di CoopCulture. «Se l’arte serve solo a distrarre o a riempire un tempo vuoto, resta un’attività di intrattenimento. Diventa invece uno strumento effettivo quando risponde a bisogni reali che emergono durante la malattia: il senso di isolamento, l’ansia dell’attesa, la perdita di contatto con il quotidiano».
Il punto centrale, infatti, è ridare al paziente una parte dell’identità che la malattia rischia di mettere a tacere. «In oncologia il tempo della cura è spesso sospeso», continua Casuccio. «Ci sono momenti in cui la persona rischia di essere definita soltanto dalla sua condizione di malato. L’esperienza culturale interviene proprio qui: naturalmente non sostituisce la terapia, ma offre uno spazio di libertà, curiosità e relazione».
La prima fase del progetto si serve di dispositivi immersivi (visori, smartphone e auricolari) con contenuti curati da CoopCulture. In questo modo si può accedere a luoghi d’arte e siti archeologici senza spostarsi dal reparto. C’è però anche un secondo passaggio, che prevede visite guidate mensili gratuite in alcuni dei luoghi più significativi di Roma e del Lazio, e coinvolge degenti, familiari e operatori sanitari.
«Il visore porta il patrimonio culturale dentro l’ospedale; le visite restituiscono il paziente alla città», racconta Casuccio. «Andare in un museo o in un sito archeologico-artistico significa tornare a occupare uno spazio pubblico, condiviso. Non si è più soltanto destinatari di cure, ma cittadini che vivono la bellezza insieme agli altri».
Per Vincenzo Valentini, direttore del Dipartimento di Oncologia e Imaging dell’Ospedale Isola Tiberina–Gemelli, tutto questo si inserisce in una riflessione più ampia sul significato della medicina contemporanea: «Fare la cura è rispondere al problema di salute; prendersi cura, invece, significa rendere il paziente più consapevole, aiutarlo a riappropriarsi di una quotidianità», spiega Valentini. «Ogni separazione tra fare la cura e prendersi cura è letale per la salute. Se manca una di queste due dimensioni, non possiamo parlare di percorso clinico».
Secondo Valentini, un malato non è mai solo il destinatario di un trattamento, ma un individuo chiamato ad attraversare una trasformazione della propria storia. «Una persona con una malattia deve scrivere una nuova pagina di vita», osserva. «Dare modo a questa persona di essere più consapevole di tale percorso significa anche accompagnarla all’interno di una situazione esistenziale diversa».
Ed è qui che la medicina incontra l’arte, e l’arte si fa linguaggio capace di affiancarsi alle cure specialistiche e di portare sollievo sotto forma di apertura alla bellezza, contribuendo a dare a chi sta male dignità di persona pensante, sognante, con una mente ancora capace di vedere e meravigliarsi.
Per Valentini il nome stesso del centro Gemelli Art contiene una doppia anima: da una parte l’acronimo Advanced radiation therapy, dall’altra il richiamo all’arte come espressione dell’esistenza. «Per noi era importante far capire che le due dimensioni dell’arte e della vita sono profondamente connesse, perché entrambe concorrono a un’interpretazione profonda, multistrato, dell’esperienza del mondo».
Portare opere, luoghi e racconti artistici nei percorsi di cura significa allora restituire alla malattia un respiro più ampio, che comprenda ciò che non è immediatamente misurabile: emozioni, memoria, identità, relazioni. Un approccio che si intende monitorare anche attraverso strumenti anonimi di rilevazione del benessere dei pazienti, per valutare l’impatto del progetto e le possibilità di replicare il modello in altre strutture.
«La cultura può essere una risorsa di benessere», conclude Casuccio. «Portare bellezza in corsia significa riconoscere il potere trasformativo dell’arte e restituire centralità alla persona, al di là della malattia che può averla toccata».