ROMA. Roberto Cingolani si chiama fuori. L’ex ministro della Transizione ecologica, indicato come possibile figura in grado di sbloccare le autorizzazioni agli impianti rinnovabili, non sembra intenzionato a tornare in campo. «Per ora nessuno me lo ha chiesto e comunque non conosco la situazione perché in questi tre anni ho fatto altro (l’amministratore delegato di Leonardo, ndr), non ho assolutamente idea di cosa serva», dice parlando con La Stampa. Anche se arrivasse una chiamata ufficiale, Cingolani sostiene di non essere interessato e taglia corto: «Sto andando in pensione, ho altri programmi per la mia vita».
Il tema del commissario straordinario alle rinnovabili e l’idea di un decreto per accelerare i progetti incagliati rimangono sul tavolo del governo, anche alla luce dell’inchiesta di questo giornale sui circa 50 miliardi di investimenti privati che rischiano di restare congelati tra qui e il 2030.
Confindustria continua a considerare prioritario un intervento dell’esecutivo per sbloccare migliaia di cantieri e raggiungere gli obiettivi del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima. «Ci stiamo lavorando con il ministero delle Imprese che è il capofila di questa iniziativa, ma naturalmente è coinvolto anche il ministero dell’Ambiente e, più in generale, Palazzo Chigi», sottolinea il vicepresidente di Confindustria con delega all’Energia, Aurelio Regina.
L’obiettivo è inserire una serie di misure nel cantiere del decreto Imprese: «Bisogna accorciare i tempi autorizzativi e intervenire su alcune situazioni che oggi derivano da vincoli e procedure normative particolarmente complesse. Un tema centrale – spiega – è quello del silenzio-assenso: dobbiamo lavorare soprattutto su questo aspetto».
Dopo l’inchiesta de La Stampa
Rinnovabili, un decreto per sbloccare subito i 50 miliardi di investimenti


Secondo gli industriali esistono tre livelli di blocco: ci sono le iniziative di maggiore entità che sono ferme a Palazzo Chigi, prevalentemente per blocchi legati al ministero della Cultura. Poi ci sono quelle in stallo a livello regionale e quelle bloccate nei passaggi comunali. «Abbiamo mappato tutti i progetti che consentirebbero di raggiungere l’obiettivo dei 130 Gigawatt previsto dal Pniec. Si tratta di impianti che si trovano in diversi stadi autorizzativi ed è proprio su questi che dobbiamo intervenire, attraverso prescrizioni e misure più mirate e adeguate alle diverse situazioni», evidenzia Regina.
La posta in gioco è enorme. Alle imprese occorrono le rinnovabili e non basta semplicemente installare gli impianti: è necessario metterli a disposizione del sistema, attraverso connessioni e contratti che consentano di trasferire l’energia prodotta alle aziende.
Per questo Confindustria non archivia la proposta di un commissario ad hoc e richiama una figura sul modello del Ponte Morandi, o perlomeno «un punto di coordinamento centrale. Un commissario che possa attivare una sorta di Zes normativa, cioè un meccanismo capace di facilitare le procedure. Perché la situazione che stiamo osservando è davvero drammatica. Oggi questa appare l’unica vera via d’uscita», insiste Regina.
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Sul punto, però, nel governo restano sensibilità diverse. Al Mimit si lavora a un decreto con semplificazioni a 360 gradi, che contenga anche misure legate agli impianti green. Dal ministero guidato da Adolfo Urso confermano che il provvedimento dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri a settembre, e che il testo è attualmente all’esame degli uffici legislativi. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, intervistato ieri da questo giornale, frena sul commissario – tanto da aver dichiarato un no esplicito a Cingolani – ma resta aperto a nuove norme, purché – parole sue – «invece di semplificare non portino nuove complicazioni». Pesa un tema politico: l’istituzione di un commissario con ampi poteri rischierebbe inevitabilmente di sovrapporsi alle competenze del Mase.
Le aziende del settore riconoscono che negli ultimi tre anni i progressi non sono mancati: le nuove installazioni sono aumentate e i tempi autorizzativi si sono ridotti. Ma, avvertono gli operatori, per centrare gli obiettivi al 2030 e mettere al riparo gli investimenti serve un ulteriore cambio di passo.