BRUXELLES. Tredici miliardi e mezzo di euro: è il margine di flessibilità che la Commissione europea è disposta a concedere al governo italiano per sostenere gli interventi contro il caro-energia nell’arco del prossimo biennio. Per farlo, ha accettato di mettere a disposizione uno strumento che va esattamente nella direzione indicata da Giorgia Meloni nella lettera a Ursula von der Leyen: far rientrare quelle spese nella già esistente clausola di salvaguardia per la Difesa che consente di escluderle dal percorso di rientro concordato con Bruxelles nel quadro del nuovo Patto di Stabilità.
Nonostante lo scetticismo mostrato dalla Bce e dagli altri ministri delle Finanze all’Eurogruppo di Cipro, la svolta all’interno della Commissione europea è maturata grazie all’input arrivato direttamente da Ursula von der Leyen. Nelle riunioni preparatorie del collegio dei commissari, alcuni gabinetti avevano mostrato dubbi su questa soluzione, proprio alla luce della contrarietà di molti governi. Ma il fronte dei commissari mediterranei aveva dalla sua la presidente, disposta a tendere una mano alla premier Meloni. E così anche i più riluttanti si sono dovuti arrendere.


Il meccanismo verrà annunciato oggi dal commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, nell’ambito del pacchetto di primavera del semestre europeo, durante il quale la Commissione pubblicherà le sue “pagelle” sui conti pubblici degli Stati membri. Il verdetto per l’Italia sarà positivo: secondo il verdetto di Bruxelles, il governo ha adottato misure efficaci nel 2025 e dunque non verranno richiesti ulteriori interventi correttivi.
Ma la notizia più attesa arriverà sul fronte della flessibilità. Accogliendo la richiesta di Roma, Palazzo Berlaymont ha deciso che i governi potranno far rientrare anche determinate spese energetiche nell’ambito della clausola di salvaguardia per la Difesa (una possibilità che è ovviamente offerta a tutti gli Stati, non solo all’Italia). Tale clausola consente uno sforamento massimo dell’1,5% del Pil annuo fino al 2028, ma le spese energetiche non potranno superare lo 0,3% del Pil l’anno e comunque la deviazione cumulata nell’arco del periodo 2026-2028 non dovrà superare lo 0,6% del Pil. Per l’Italia si tratta di un margine pari a circa 13,5 miliardi di euro, che con ogni probabilità il governo cercherà di sfruttare da qui alla fine del 2027, anno elettorale, senza la necessità di estenderlo al 2028.


Gli interventi contro il caro-energia che potranno essere scorporati dal calcolo della spesa primaria netta dovranno rispondere a una serie di requisiti ben precisi. Dovranno «rafforzare la resilienza strutturale del sistema energetico europeo» e quindi rientreranno le misure di sostegno alle famiglie e alle imprese per ridurre la loro dipendenza dai combustibili fossili, quelle che favoriscono il risparmio energetico e la transizione verso le energie pulite, quelle per accelerare l’elettrificazione, inclusi gli investimenti nelle reti elettriche. Per fare qualche esempio, saranno accettati gli incentivi per promuovere l’acquisto di auto elettriche o l’installazione di pannelli solari. Ma certamente non il taglio delle accise sui carburanti, che anzi verrà criticato nelle raccomandazioni. Le spese potranno essere approvate anche retroattivamente, a patto che siano state sostenute a partire da febbraio 2026, vale a dire dall’inizio del conflitto in Iran.
Oggi ci sarà soltanto un annuncio da parte della Commissione, dopodiché il provvedimento vero e proprio verrà adottato nelle prossime settimane. A quel punto i singoli Stati – sia quelli che già hanno attivato la clausola per la Difesa, sia quelli come l’Italia che non lo hanno fatto – potranno decidere di optare per questa possibilità e dovranno farne richiesta alla Commissione. Una volta ottenuto il via libera di Palazzo Berlaymont, servirà anche l’ok da parte del Consiglio Ue, l’organo in cui siedono gli Stati membri, che deciderà a maggioranza qualificata.
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A CURA DELLA REDAZIONE ECONOMIA


C’è poi un dettaglio importante: secondo quanto risulta a La Stampa, l’Italia potrà attivare la clausola senza per forza aumentare anche le spese militari. O almeno non subito. Uno stratagemma che le consentirebbe di mantenere aperta la possibilità di uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo in autunno, qualora ci fosse una revisione del deficit 2025 da parte di Eurostat. E poi, a fine anno, aumentare eventualmente anche gli investimenti nella Difesa, ma senza correre il rischio di rientrare in procedura. È questo il punto di equilibrio che sarebbe stato trovato durante gli intensi negoziati tra Roma e Bruxelles per provare a salvare capra (la flessibilità per l’energia) ed eventualmente anche cavoli (l’uscita dalla procedura).