
Per anni hanno raccontato la felicità tra i fornelli, i figli da accudire e i mariti da aspettare con la cena pronta. Grembiuli impeccabili, capelli raccolti, torte appena sfornate e case che sembravano uscite da una pubblicità degli anni Cinquanta. Sui social erano diventate le paladine di un ritorno alla famiglia tradizionale, le donne che avevano scelto di mettere da parte il femminismo per riscoprire il piacere di essere mogli e madri. Poi, una dopo l’altra, hanno cominciato a raccontare un’altra storia. E il quadro, improvvisamente, è cambiato.
Il fenomeno delle cosiddette tradwife, contrazione di traditional wife, è finito sotto i riflettori dopo che diverse influencer hanno deciso di prendere le distanze dal movimento che avevano contribuito a rendere popolare. Tra loro c’è Bernadine Bluntly, diventata famosa mostrando sui social la propria vita insieme ai sei figli. Una famiglia numerosa, valori cristiani, ruoli di genere ben definiti e una dichiarata avversione per il femminismo. Non proprio una semplice passione per il pane fatto in casa: Bluntly aveva venduto magliette con la scritta «RIP Feminism», sostenuto la nomina di Brett Kavanaugh alla Corte Suprema e creato persino un corso online, Simply Smitten, per insegnare alle giovani donne come conquistare uomini «tradizionali e virili».
Poi è arrivato il divorzio. Lo scorso anno ha lasciato il marito e, durante la separazione, ha ottenuto un ordine restrittivo nei suoi confronti, accusandolo di comportamenti abusivi. Lui ha respinto le accuse. Ad aprile, a 36 anni, Bluntly ha pubblicato un video destinato a provocare parecchio rumore negli ambienti conservatori americani. «Non credo più nei ruoli di genere estremi, soprattutto quando vengono rivestiti di un linguaggio religioso e utilizzati per giustificare il controllo, il silenzio o la violenza», ha spiegato. La donna ha precisato di essere ancora cristiana e di credere nelle differenze tra uomini e donne, ma ha riconosciuto che il movimento tradwife è diventato ormai indistinguibile dalla cultura maschilista della cosiddetta manosphere. «Se i miei vecchi contenuti hanno contribuito a tutto questo, mi dispiace sinceramente».
La sua non è una voce isolata. Anche altre protagoniste di questo universo digitale sembrano oggi voler prendere le distanze da un’etichetta che fino a poco tempo fa rappresentava un marchio di riconoscimento. Nara Smith, la modella e influencer che si è sposata a 18 anni e ha avuto quattro figli entro i 24, è diventata popolare grazie ai video in cui prepara piatti elaborati per il marito indossando vestitini romantici. Ai suoi milioni di follower ha però chiarito che dietro quei contenuti non esiste alcuna agenda segreta a favore delle mogli tradizionali. Anche Hannah Neeleman, conosciuta come Ballerina Farm e considerata una sorta di icona del movimento, ha mostrato qualche segnale di ripensamento. Nel suo ranch nello Utah, insieme al marito e ai nove figli, racconta una vita rurale fatta di animali, cucina e faccende domestiche. Un’immagine tanto suggestiva da aver conquistato oltre dieci milioni di follower su Instagram. Ma anche lei, in una recente intervista, ha dichiarato di essere disposta ad ascoltare le critiche: «Se quello che condivido viene percepito come qualcosa che danneggia le donne, allora voglio prendere in considerazione queste osservazioni».
Per capire cosa si nasconda dietro quell’estetica così rassicurante bisogna però ascoltare chi ha vissuto davvero quel modello familiare. Jennie Gage, 52 anni, è cresciuta in una famiglia mormone molto conservatrice in Arizona. La sua preparazione alla vita matrimoniale era cominciata prestissimo: a 12 anni frequentava programmi religiosi nei quali imparava ad accudire i bambini, stirare le camicie degli uomini e pulire la casa. Una specie di corso prematrimoniale iniziato quando era ancora una ragazzina.
A 18 anni si fidanzò, ma un vescovo le comunicò che Dio aveva scelto per lei un altro uomo. Sei settimane dopo lo aveva sposato. Per i successivi 24 anni la sua vita sembrò corrispondere perfettamente all’immagine che oggi tante influencer mostrano online: cinque figli, cucina, animali da accudire e una quotidianità interamente dedicata alla famiglia. Era anche una convinta sostenitrice di Donald Trump, tanto da utilizzare una sua fotografia come immagine del profilo sui social. Dietro le fotografie, però, racconta di aver vissuto un matrimonio abusivo, nel quale non poteva lavorare né avere un conto corrente. Nel 2018, dopo aver scoperto il marito insieme a una prostituta, decise di andarsene. Non lasciò soltanto il matrimonio, ma anche la comunità religiosa e le convinzioni politiche che avevano accompagnato la sua vita.
Oggi, quando rivede i vecchi video, fatica a riconoscersi. In uno mostrava orgogliosa i biscotti preparati per il marito prima di un lungo viaggio di lavoro. «Consideravo il mio ruolo un po’ come quello delle assistenti di volo, che ti procurano tutto quello di cui hai bisogno», raccontava davanti alla telecamera. Adesso quelle immagini le provocano quasi la nausea. Ma la questione, per Gage, non è soltanto imbarazzante: è soprattutto economica. Quando una donna trascorre anni senza lavorare e senza poter gestire il denaro familiare, uscire da un matrimonio può diventare una vera impresa.
Per molto tempo riceveva dal marito una busta con i contanti destinati alla spesa. Se i soldi non bastavano, rimetteva gli alimenti sugli scaffali. Dopo il divorzio si è ritrovata senza nulla. Ha dovuto aprire una raccolta fondi online per pagare l’avvocato e chiedere prestiti ad amici e parenti per andare avanti. Oggi il suo consiglio alle ragazze è semplice: innamoratevi, sposatevi, fate figli, se lo desiderate. Ma proteggetevi. Un accordo prematrimoniale, un fondo a tutela del coniuge e dei risparmi intestati anche alla moglie possono fare la differenza. Perché la famiglia tradizionale può anche essere una scelta, ma non dovrebbe trasformarsi in una trappola.
Ancora più dolorosa è la storia di Tia Levings, 52 anni, che oggi racconta la propria esperienza sui social e in due libri. Sposata a 19 anni, ha seguito il marito attraverso diverse comunità cristiane fondamentaliste. In una di queste, l’Institute in Basic Life Principles, veniva insegnato che il marito esercitava un’autorità concessa direttamente da Dio e che la moglie doveva obbedirgli, rinunciando al lavoro e mantenendosi sempre curata per compiacerlo. Il fondatore dell’organizzazione, Bill Gothard, si è dimesso nel 2014 dopo accuse di abusi sessuali.
Prima ancora che Instagram trasformasse la vita domestica in uno spettacolo, Levings raccontava le proprie giornate su un blog. Pubblicava fotografie del pane fatto in casa, dei fagioli e dei pannolini lavabili, descrivendo una quotidianità che sembrava serena. «Pensavo che avremmo avuto una famiglia bellissima e saremmo state donne tradizionali felici», ricorda. La realtà era molto diversa: racconta di aver subito violenze durante il matrimonio e di non aver trovato aiuto nemmeno all’interno della propria comunità religiosa. Quando si rivolse a un responsabile della chiesa, si sentì rispondere che avrebbe dovuto semplicemente obbedire di più al marito.
Con il passare degli anni la situazione peggiorò. Levings cominciò a temere per la propria incolumità e per quella dei quattro figli. Quando il marito uscì improvvisamente di casa nel cuore della notte, probabilmente per recuperare una pistola dal suo ufficio, trovò il coraggio di scappare. Oggi ha la custodia dei bambini e utilizza la propria storia per mettere in guardia altre donne. Non si tratta soltanto di rinunciare a una carriera o di occuparsi della casa: il rischio, racconta, è quello di perdere anche la possibilità di scegliere, di chiedere aiuto e persino di proteggere i propri figli.
C’è poi un risvolto politico che rende il fenomeno ancora più controverso. Alcune delle comunità religiose frequentate da Gage e Levings diffondevano idee suprematiste bianche. Levings ricorda di aver ascoltato prediche sulla cosiddetta teoria della «grande sostituzione», una falsa teoria complottista secondo cui ebrei e democratici vorrebbero sostituire la popolazione bianca americana con persone di altre etnie. La soluzione proposta? Avere il maggior numero possibile di figli bianchi.
Secondo Seyward Darby, autrice del libro Sisters in Hate, le origini del movimento tradwife sono legate proprio agli ambienti antifemministi e nazionalisti bianchi. L’estetica della moglie sorridente, dolce e sempre pronta a servire la famiglia diventa un modo per rendere più presentabili idee radicali. Un’immagine rassicurante dietro la quale possono nascondersi convinzioni tutt’altro che innocue.
Non tutte le ex sostenitrici, comunque, hanno fatto i conti con il proprio passato nello stesso modo. Lauren Southern, diventata virale a 19 anni con un video intitolato Why I am not a feminist, oggi si è allontanata dallo stile di vita che promuoveva. Dopo il divorzio, ha raccontato nel suo memoir di aver dovuto rivedere alcune convinzioni anche in seguito a un’aggressione sessuale che sostiene di aver subito da Andrew Tate. Lui ha negato le accuse. Southern descrive oggi il mondo tradwife come una sorta di gioco di ruolo: una fuga dalla fatica della vita reale. Anche quando non vedeva il marito per giorni dopo una lite, racconta, continuava a preparare piatti elaborati e a pubblicarli su Instagram, fingendo che tutto andasse benissimo. Era la famiglia felice che desiderava avere, o almeno quella che sentiva di dover mostrare.
Il paradosso è che proprio le donne che avevano contribuito a costruire quell’immaginario oggi ne stanno raccontando le crepe. E se per alcune il ripensamento significa rinnegare apertamente il passato, per altre è sufficiente ammettere che dietro una torta appena sfornata non c’è necessariamente una vita felice. «Il movimento si è diffuso molto rapidamente online e ora sta crollando altrettanto velocemente», osserva Levings. Gli anni perduti, però, non tornano. E nemmeno le occasioni mancate di crescere i propri figli in modo diverso. Il messaggio che vuole lasciare alle ragazze è forse il più importante: «Se a 19 anni avessi potuto ascoltare la testimonianza di una donna che aveva già vissuto tutto questo, avrei fatto scelte diverse. Dobbiamo imparare ad ascoltare le donne che ci sono già passate».