
VIENNA. Poche ore prima dell’esibizione del partecipante israeliano nella prima semifinale dei settantesimi Eurovision Song Contest (per la terza volta in Austria) gli attivisti del “Movimento austriaco per la Solidarietà alla Palestina” hanno fortemente protestato depositando simbolicamente in Schweden Platz delle piccole bare con le fotografie delle bambine e dei bambini morti nella striscia di Gaza. Questo il loro comunicato ufficiale: «Nonostante diverse sentenze e numerose testimonianze di Amnesty International, ONU e Medici Senza Frontriere, Israele continua il genocidio del popolo palestinese con brutalità ininterrotta». E ancora: «Non è giusto che, nonostante i suoi crimini, gli israeliani possano far parte di una manifestazione democratica, pacifica e arcobaleno». Martin Green, General Director dell’Eurovision Song Contest ha subito replicato tramite l’Austrian Press Agency: «L’Austria, è uno stato libero e riguardo alla partecipazione di Israele all’ESC e alle proteste di chi è sceso in piazza, sono convinto che il dissenso e lo show possano coesistere. Questo è un esempio di democrazia sana. Il mondo dovrebbe imparare da questo».
Così, l’Eurovision Song Contest numero 70 non è certamente partito circondato dal clima di serenità che gli organizzatori (e per la verità anche molti fan) avrebbero voluto. Vicky Leandros, vincitrice nel ‘72 ma diventata famosa nel ‘67 con “L’amour est bleu” è stata celebrata proprio nella sigla di questa edizione. La cantante, oggi, settantaseienne, è salita sul palco della Wiener Stadthalle mentre sugli schermi scorrevano le immagini di una storia d’amore omosessuale letteralmente raccontata dalle canzoni euro vittoriose. Nemmeno la scomparsa di uno dei due ha fatto svanire la passione per l’ESC e le parole che raccontano di «un’amore triste» (l’amour bleu) hanno emozionato.
Ma veniamo alla gara che si accende subito con i pezzi Satoshi e “Viva, Moldova!”, Felicia per la Svezia con “My System” di LELEK per la Croazia con “Andromeda”. Va detto però che il preferito dell’enorme sala stampa gremita da oltre mille giornalisti è stato senza dubbio il greco Akylas con “Ferto”. Il cappellino di lana con la faccia e le orecchie da tigre è diventato subito virale sul web e non solo senza contare la forza adesiva di un pezzo che si è incollato sulle corde vocali di molti.
Una ninna nanna intitolata “Rosa“ è stata la proposta dei portoghesi Bandidos do Cante. Più una canzone da baita di montagna da cantare con tre grappe in corpo che una pop song da classifica. C’è un pubblico anche per questo. La Georgia si fa notare per “On Replay” di Bzikebi. Raramente ci è capitato di ascoltare un brano così scarso.
E l’Italia? Sal Da Vinci porta una scenografia importante e la ballerina Francesca Tocca con il ballerino e coreografo Marcello Sacchetta hanno creato l’immagine plastica di “Per sempre sì”. Il matrimonio come festa, la preparazione per “il giorno più bello” e l’esplosione per l’amore infinito con il famoso “accussì” e la fede mostrata come spada che difende l’amore. La platea del palazzetto è esplosa, ma a casa? Ci sarà stata la stessa reazione nelle case delle nazioni che seguono l’Eurovision? L’Italia ci spera e spera che in tanti (sabato per la finale) ci daranno 12 punti.
Finlandia in gara con Linda Lampenius & Pete Parkkonen. La loro “Liekinheitin” è una puntura di zanzara che il violino dell’intro (Linda suona bene ma con il ventilatore sparato in faccia sembrava far fatica a reggere l’archetto) fa arrivare ai timpani. La gabbia infuocata non la commentiamo. Tamara Živković canta “Nova Zora” e il Montenegro è felice anche se in questa occasione come in altre viste qui a Vienna, non ci si capacita del perché l’estetica vampiresca venga mostrata come un vanto. Too much, mah.
All’ESC è l’epica che vince e non è un caso se proprio la parola “epic” è la spina dorsale delle Bambole di Pezza estoni Vanilla Ninja Con ”Too Epic to Be True”. Le voci contrarie alla presenza di Israele con Noam Bettan e la sua “Michelle” le abbiamo raccontate e in ogni caso anche all’interno del palazzetto, sebbene le telecamere non le abbiano inquadrate, si sono notate delle proteste. La canzone di Noam è un mix di tante cose, già sentite.
Altro paese fondatore, la Germania, schiera la notevole Sarah Engels per la quale in sala stampa parecchi vorrebbero dare il premio di Miss ESC 2026. “Fire” è mediocre ma con Sarah vale il detto romano “nun stamo a guardà er capello”. Il Belgio ed Essyla di “Dancing on the Ice” è dimenticabile così come il Lituano Lion Ceccah di “Sólo Quiero Más”. Un Rockets che non ce l’ha fatta e soprattutto fuori tempo massimo con una lagna disturbante.
Premiante la scelta dei produttori di Senhit in gara per San Marino. Per la sua “Superstar” hanno chiamato come ospite, poco cantante, niente meno che Boy George. Sì, quel, Boy George che quando si è palesato nel finale, ha scatenato le folle plaudenti. Probabilmente non sarà capita a dovere ma Alicja stracanta la sua “Pray” tanto che a differenza di altri concorrenti qui, piaccia o non piaccia, si può parlare di un’artista. Una prece perché ne venga allontana la stilista, ma questa è un’altra storia.
E infine la Serbia con Lavina. La prima semifinale termina con “Kraj Mene” che vale il sale su una ferita ma, giusto il tempo di sgranchirsi le gambe e si passa alle votazioni che eliminano, San Marino, Estonia, Georgia, Montenegro, Portogallo.
Giovedì la seconda semifinale e sarà la volta di altri quindici stati che cercheranno di arrivare in finale. Preparate le orecchie…o i tappi.