
BOLOGNA. Un’intervista dopo trent’anni di silenzio. Un suicidio pieno d’ombre. Un membro della banda rimesso in libertà. Un’inchiesta che riparte in caccia di mandanti e complici. Forse, addirittura, un’altra intervista in arrivo. La vicenda della Uno Bianca è uscita all’improvviso dalle foto sgranate dei giornali d’epoca ed è tornata all’attualità, proprio quando i vecchi membri stavano chiudendo i conti con la giustizia. Così è stato per Pietro Gugliotta, libero dal 2008, morto suicida quattro (o cinque) mesi fa, senza che ne sapesse nulla l’opinione pubblica, né le vittime, né i loro famigliari, né gli inquirenti bolognesi, che pure stavano per interrogarlo per sapere dei fiancheggiatori del gruppo. Questi inquirenti ora vogliono fare chiarezza su una morte tanto strana, mentre Alberto Savi, «il rintronato», il più giovane e meno spietato dei tre fratelli che guidavano il sodalizio, è tornato in semilibertà, dopo un lungo periodo di messa alla prova: lavora di giorno e rientra al carcere di Padova la sera, dove sconta l’ergastolo.
Tutto è partito dall’intervista di Roberto Savi a Francesca Fagnani, per Belve Crime. In quel pezzo, «il Corto», «il Monaco», ha negato di essere stato il capo della banda della Uno Bianca, come invece i processi hanno stabilito, e ha ammesso che nei suoi molti e atroci crimini, la banda ha agito anche per conto di agenti deviati dei servizi segreti. Per esempio, quando simularono una rapina in armeria, e volevano invece uccidere Pietro Capolungo, un ex carabiniere che, a detta di Savi, andava eliminato perché elemento scomodo ancora in forza all’intelligence. Questo scoop sembra aver ridato vita a un’indagine riaperta a fine 2023, grazie a un esposto presentato in procura dagli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser, dell’associazione dei parenti delle vittime. 240 pagine in cui si evidenziano tutti i depistaggi, tutte le contraddizioni, tutte le complicità di una storia processuale in cui sono stati accertati 23 omicidi, centinaia di feriti, ma non un metodo terroristico che invece è sempre sembrato evidente.
In risposta a quella stessa intervista, ora, avrebbe deciso di parlare anche Fabio, l’unico dei Savi che non riuscì ad entrare in Polizia, ma anche quello che insieme al maggiore, Roberto, ha partorito l’idea, pianificato i crimini, sparato agli innocenti. Gli avvocati Gamberini e Moser, hanno chiesto alla procura di interrogarli, prima che le sue dichiarazioni vengano messe in onda. Sarebbe stato un programma Mediaset a incontrarlo e intenderebbe trasmettere l’intervista nell’arco di qualche giorno. La questione è delicata perché molti hanno interpretato la prima intervista con Roberto Savi, dal ’94 all’ergastolo presso il carcere di Bollate, come un mezzo per mandare messaggi all’esterno. Forse, dal contenuto ricattatorio: concedetemi benefici, o farò i nomi di chi ci proteggeva. Oppure, non parlate agli inquirenti, perché sono ancora in grado di incastrarvi.ù
In quel dialogo con Fagnani, Roberto Savi ha parlato anche del fratello Fabio, detenuto nella stessa struttura, con la stessa pena. Ha detto che tra loro i rapporti sono interrotti, perché Fabio trasformò la sua fidanzata dell’epoca, Eva Mikula, in un testimone. Pertanto, «è un infame». Proprio questa affermazione, accompagnata da un gesto di minaccia, è stata ritenuta ambigua. Le testimonianze della Mikula sono note fin dai primi processi, lei stessa le ha rivendicate in un’intervista a La Stampa, come fa da anni. Questo non ha mai inficiato i rapporti tra Fabio e Roberto, che a sua volta aveva reso partecipe la moglie di parte dei propri delitti e la vide testimoniare contro tutti in tribunale, senza risparmiarsi in particolari su crimini che i fratelli Savi, d’altra parte, hanno completamente confessato subito.
Forse, se questa intervista di Mediaset a Fabio Savi esiste, gli è stato chiesto anche dei rapporti attuali col fratello maggiore, ma non è detto che la sua risposta non si presti a interpretazioni, come è accaduto per quella data da Roberto. Certo è che se la nuova inchiesta bolognese mira a capire cosa c’era dietro la Uno Bianca, i suoi membri sono i primi che devono essere risentiti e in qualche modo può essere penalizzante rilevare che in oltre due anni non sia ancora stato fatto. Per Pietro Gugliotta, morto in circostanze non del tutto chiarite, per esempio, non sarà più possibile e non resta che verificare se il suo decesso è stato un semplice suicidio, tale come è stato archiviato. Per questo, da Bologna hanno chiesto gli atti a Pordenone, andranno a Bollate a risentire Roberto Savi e forse anche Fabio, poi, a Padova per incontrare Alberto.