«Non mi piace essere messo in una scatola. Non mi definirei né un regista d’autore né uno commerciale. Sono qui per tutti quegli adolescenti che odiano i genitori, vorrebbero dare fuoco alla casa e desiderano essere liberi di creare. Perché la vita vuota che offrono i politici non è una bella opzione. Se devo rappresentare qualcosa, voglio rappresentare questo». Erano 10 anni che Nicolas Winding Refn mancava dal grande schermo. Da The Neon Demon. Per un lungo periodo ha preferito le serie. Grazie alla fiaba nera Her Private Hell, fuori concorso a Cannes, storia di una figlia in cerca del padre, torna finalmente in sala il 30 settembre. Essere morto per 25 minuti nel 2023 gli ha dato una nuova consapevolezza: «Questa seconda possibilità – ha detto – l’essere tornato in vita come il mostro di Frankenstein, ha scatenato la mia creatività». Sta infatti già preparando il prossimo film: il remake di Maniac Cop. Si gira nel 2027. Intanto questa caldissima estate lo ha portato in Italia, ospite di una serie di incontri a Roma con il creatore di videogiochi Hideo Kojima e uno dei suoi registi di riferimento, Dario Argento.
È vero che non bisognerebbe mai incontrare i propri miti?
«No: è sempre bello parlare con le persone che ammiri. Ti dà una prospettiva sulle cose. Dario non mi ha mai deluso. È bellissimo potermi confrontare con lui».
Quanto è importante riscoprire il passato?
«È fondamentale conoscere la cultura: se vuoi crearla, devi conoscerla. Non significa che ti debba piacere tutta: si può non essere d’accordo con ciò che studi. E poi così puoi rubare delle cose: non c’è un singolo artista che non abbia copiato chi lo ha preceduto».

Il suo film è un po’ un western, un po’ una space opera. Le piace la lirica?
«Tutte le forme d’arte saranno sempre rilevanti. Ed esisteranno sempre. Si va a ondate: le nuove generazioni scoprono di volta in volta il passato. Non si tratta di parlare di rilevanza o irrilevanza: l’arte esisterà sempre. Bisogna soltanto scoprirla. O riscoprirla».
Ha sempre voluto essere libero: in futuro sarà più difficile fare i film che vuole?
«No, perché la tecnologia permetterà alla logistica e ai finanziamenti di essere meno importanti. La cosa fondamentale nell’arte è l’idea: con i giusti mezzi un’idea può avere molti sbocchi diversi. Anzi: più si andrà avanti, meno scuse ci saranno per non fare il film che vuoi. Certo, questo non vuol dire che sia più facile realizzare quell’idea. Se lo fosse, tutti lo farebbero».
Da dove viene questa fede incrollabile nel cinema?
«Il nostro mondo diventa sempre più piccolo. Ci controllano con la tecnologia, c’è un’incredibile sbilanciamento nella distribuzione del potere e della ricchezza. L’intrattenimento è sempre più basato su un algoritmo. Ma sono solo codici. Ci dobbiamo ribellare, creando qualcosa che metta in discussione questo modo di pensare. L’algoritmo ti fa consumare. E il consumismo è un cibo che non nutre. È veleno per la mente: ti fa perdere umanità e interesse. Non ti fa venire voglia di stare con le altre persone. Ti intrattiene, certo, ma non ti dà nulla. L’arte è l’unica cosa in grado di cambiare l’universo in modo positivo. Perché l’arte ispira idee».
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InHer Private Hell la protagonista, Elle (Sophie Thatcher), ha un rapporto difficile col padre. Com’è un bravo padre?
«Deve esserci quando c’è bisogno. E farsi da parte quando invece non serve, ma con la certezza che, in un certo senso, è sempre lì. Deve sostenere i figli, fidarsi di loro, accettarli, amarli. Amarli incondizionatamente. E poi fare quello che gli dice la moglie».
Nel suo film gioca molto con l’alternanza di maschile e femminile: come vede il futuro da questo punto di vista?
«La generazione dei miei figli è molto più radicale per quanto riguarda il gender, la comunicazione e la sensibilità. Guardando loro penso che abbiamo fatto dei passi avanti in questo senso».
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E lei che ne pensa?
«Nella vita sono molto tradizionale, forse anche noioso. Mi piace molto la feticizzazione della fantascienza. Amo dare una carnalità alla moda. Agli oggetti, all’architettura. Do una personalità a tutti questi aspetti: perché il mondo materiale fa parte dell’esperienza umana».