La notizia arriva da Gerusalemme, ma riguarda direttamente Roma. Alcuni media israeliani hanno rilanciato nelle ultime ore l’ipotesi che l’Italia sia pronta a mettere a disposizione proprie truppe per vigilare sulla tregua tra Israele e Hezbollah, in un momento in cui il futuro della missione Unifil nel sud del Libano appare tutt’altro che scontato. Roma, quindi, avrebbe manifestato la disponibilità a partecipare a un dispositivo multinazionale che dovrebbe sostituire o affiancare l’attuale missione delle Nazioni Unite, con il compito di monitorare il cessate il fuoco, sostenere l’esercito libanese e contribuire alla stabilizzazione dell’area lungo la Blue Line.
Una notizia non così nuova che era circolata già da diverse settimane negli ambienti diplomatici mediorientali vicini ai colloqui tra Israele e Libano. Dopotutto, l’Italia è già il paese occidentale che contribuisce maggiormente in termini di uomini alla missione Unifil, in scadenza. Anche Parigi, oltre a Roma, si è detta disponibile in passato ad inviare un contingente per monitorare il cessate il fuoco. Sia L’Italia che la Francia hanno una antica tradizione di amicizia con il Libano, ma i rapporti tra Parigi e Gerusalemme si sono raffreddati molto dopo dichiarazioni e posizioni dei primi nei confronti di Gaza e dei palestinesi letti da Gerusalemme come critiche e accuse.
Il reportage
Nei quartieri sciiti di Beirut, tra lacrime e macerie. “Non ci arrendiamo alla guerra di Israele”
Giuseppe Acconcia


Il contesto è quello dei colloqui che si sono svolti proprio a Roma, presso l’ambasciata americana, tra le delegazioni israeliana e libanese, per dare attuazione all’intesa quadro raggiunta a Washington lo scorso 26 giugno. Sul tavolo, il ritiro israeliano da alcune aree pilota a sud del fiume Litani, dove le forze armate libanesi dovrebbero prendere gradualmente il controllo del territorio, mentre Israele continua a mantenere reparti in diversi punti del sud del Paese, nonostante la tregua in vigore da mesi.
È in questo scenario che si inserisce la partita, ben più delicata, sul futuro dell’Unifil, la missione di interposizione presente al confine dal 1978. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha stabilito che il mandato della forza si concluda il 31 dicembre 2026, dopo un’ultima proroga concessa nonostante la pressione di Stati Uniti e Israele, da tempo critici verso un’operazione ritenuta incapace di impedire il riarmo di Hezbollah. Il segretario generale Antonio Guterres ha proposto al Consiglio di Sicurezza diverse opzioni per una presenza internazionale residua, comprese tra circa duemila e oltre cinquemila caschi blu, ma l’ipotesi di un semplice rinnovo del mandato attuale trova sempre meno sostegno tra i Paesi membri. Anche perché il mandato dell’Unifil in questi anni è sembrato vuoto, senza poteri di intervento ma solo di monitoraggio, cosa che non ha impedito a Hezbollah di conquistare zone e di armarsi anche a sud del fiume Litani, minacciando i confini israeliani e attaccandone il territorio, cosa che ha scaturito le pesanti risposte del paese ebraico su tutto il territorio libanese.


In questo vuoto si muovono Roma e Parigi, che stanno lavorando a una coalizione multinazionale alternativa, da schierare con il sostegno americano e su richiesta delle autorità libanesi, per affiancare e rafforzare l’esercito nazionale. Il presidente libanese Joseph Aoun ha accolto con favore l’iniziativa italo-francese, definendola un segnale di impegno concreto verso la sovranità del Paese dei cedri. L’Italia, che con oltre mille militari è il secondo contingente dell’Unifil dopo l’Indonesia, ha già fatto sapere per bocca del ministro della Difesa Guido Crosetto di voler mantenere una presenza anche dopo la fine della missione Onu, attraverso i canali bilaterali già attivi con Beirut.
Da dove le informazioni vengono lette come parte di un più ampio sforzo diplomatico europeo, nel quale Italia e Francia starebbero cercando di costruire una coalizione capace di evitare un vuoto di sicurezza. Nella capitale libanese, la politica si spacca: ottantasei parlamentari sono firmatari di un appello all’Onu per salvare Unifil, ma c’è il netto rifiuto di Hezbollah e quello meno netto delle Forze Libanesi.
Resta però il nodo Israele: fonti citate dalla stampa israeliana hanno chiarito che né l’Unifil né l’organismo di osservazione della tregua delle Nazioni Unite saranno coinvolti nella verifica delle nuove zone pilota, segno che Gerusalemme continua a preferire meccanismi di controllo alternativi a quelli tradizionali dell’Onu.
Israele considera l’Unifil incapace di impedire il riarmo di Hezbollah e da tempo ne mette in discussione l’efficacia. Anche gli Stati Uniti guardano con favore a un modello diverso, più snello e con regole d’ingaggio differenti. Parallelamente, alcuni Paesi contributori mostrano sempre meno disponibilità a mantenere contingenti in una missione esposta a rischi crescenti.
Per questo nelle ultime settimane hanno preso corpo diverse ipotesi: da una profonda riforma dell’Unifil fino alla sua sostituzione con una nuova forza internazionale, eventualmente sostenuta da una coalizione di Paesi europei e coordinata con l’esercito libanese. Sul tavolo restano anche soluzioni ibride, che consentirebbero una transizione graduale evitando un improvviso disimpegno dell’Onu.
Al momento non risultano decisioni formali né annunci ufficiali, ma il fatto che l’ipotesi emerga contemporaneamente da fonti israeliane, libanesi e internazionali conferma come il dossier sia ormai entrato nella fase più concreta. La partita, tuttavia, resta strettamente legata all’evoluzione del cessate il fuoco e alla difficile ricerca di un equilibrio politico capace di soddisfare le esigenze di sicurezza di Israele senza compromettere la fragile stabilità del Libano.