
Una scorciatina alle code per visite e accertamenti da un lato. Ancora un bel po’ di stratagemmi dall’altro per far gonfiare la percentuale delle prestazioni erogate nei tempi leciti. E nel mezzo una metà abbondante di assistiti che, pur con la ricetta targata “Ssn”, esce dal circuito del pubblico. Magari per andare dal privato coperti da un fondo o un’assicurazione. Oppure semplicemente rinunciando a visite e analisi. Forse perché non così necessarie. È il quadro a tinte chiaro-scure disegnato dalla nuova “Piattaforma nazionale liste di attesa”, messa a punto da Agenas e presentata oggi a Roma nella sede della stessa Agenzia, alla presenza del suo direttore, Angelo Tanese, e del ministro della Salute Orazio Schillaci. Una versione 2.0 con dati aggiornati ad aprile scorso che rispetto al passato consente di aggregare i dati a livello regionale, oltre a fornire tutta una serie di informazioni dettagliate anche su aspetti critici sui quali sarà d’ora in avanti più facile intervenire. Partiamo dai dati sui tempi di attesa. Anche se lieve, c’è una inversione di tendenza rispetto a venti anni di indagini che davano le liste di attesa in costante peggioramento.Ma i numeri restano abbastanza critici come dimostrano 1,5 milioni di visite (il 21,3% del totale) e 900 mila esami (15,3% del totale) erogati oltre i tempi massimi consentiti.
Le buone notizie
I miglioramenti invece sono del 3,4% per le prime visite e del 2% per gli accertamenti diagnostici. Una tendenza ancora più marcata per le prestazioni urgenti da erogare entro 3 giorni e quelle da garantire a Breve (entro 10 giorni), che registrano un aumento di visite e accertamenti erogati entro i tempi massimi previsti per legge: +4,8% per le prime visite con priorità U, +4,4% per quelle di classe B, mentre gli esami diagnostici migliorano del 4,5% se urgenti e del 2,8% se da erogare entro 10 giorni. Numeri che assumono anche un maggior valore se si considera che il dato di partenza scontava trucchi trucchetti per migliorare le performance, denunciati dallo stesso Schillaci.
Le Regioni che migliorano e quelle che peggiorano
Come al solito quando si parla di sanità, le cose poi variano molto da un’area all’altra del Paese. Tra quelle che avevano una elevata percentuale di prime visite erogate nei tempi massimi consentiti per legge si ritrovano Basilicata, Calabria, Campania, Lazio, Marche, Molise e Veneto, con percentuali dall’85% in su. Sono invece 9 le Regioni che registrano miglioramenti: Emilia-Romagna (dal 73,7% al 77,7%), Lombardia (dal 72,5% all’80,3%), Puglia (dal 53,4% al 56,2%), Friuli Venezia Giulia (dal 63,7% al 68,3%), Provincia autonoma di Bolzano (dal 72,5% all’80%), Toscana (dal 76,3% al 76,8%), Liguria (dal 58,0% all’83,1%), Piemonte (dal 69% al 71,2%) e Umbria (dal 57,2% al 63,1%). Quelle che fanno un passo indietro sono invece 5: Abruzzo (dal 77% al 73,7%), Sicilia (dall’88% all’80,6%), Provincia autonoma di Trento (dal 61,5% al 56,1%), Valle d’Aosta (dall’80,1% al 77,1%) e Sardegna, che dal 68,3% cala al 62,5%.
Spostando lo sguardo agli esami diagnostici, sono 5 le Regioni che garantivano e continuano a garantire il 90% e più di appuntamenti fissati nei tempi: Basilicata, Campania, Marche, Toscana e Veneto. Sono invece 8 quelle in miglioramento: Emilia-Romagna (dall’84,3% all’89,2%), Friuli Venezia Giulia (dal 76% all’80,4%), Liguria (dal 67,7% all’86,3%), Lombardia (dal 78% all’84,8%), Molise (dall’87% all’89,8%), Puglia (dal 59,7% al 64,1%), Sardegna (dal 74,2% al 77,3%) e Umbria (dal 53,4% al 62,8%). Sempre 8 quelle in peggioramento: Abruzzo (dal 78,6% al 65,1%), Calabria (dall’89,7% all’85%), Lazio (dal 91,3% all’88,7%), Piemonte (dall’83,2% all’81,3%), Provincia autonoma di Bolzano (dall’81,7% al 77,5%), Provincia autonoma di Trento (dal 75,9% al 75,5%), Sicilia (dal 76,6% al 72,8%) e Valle d’Aosta (dal 75,4% al 69,2%). Le percentuali diventano meno bulgare se però si vanno ad analizzare le singole prestazioni, dove soprattutto per la diagnostica si rilevano difficoltà nelle urgenze da garantire entri tre giorni. Per la colonscopia si sta ne tempi solo nel 36,9% dei casi. Dato che sale però a un poco credibile 100% in Calabria dove tra l’atro di colonscopie se ne fanno solo un migliaio. Segno che molti per ottenere nei tempi emigrano altrove. Basse anche le urgenze garantite nei tempi per la risonanza all’addome (35,3%) e l’elettromiografia (34,8%)
Gli escamotage per far risultare più bassi i tempi di attesa
In media le percentuali restano comunque alte, ma non è tutto oro quello che luccica. A dirlo sono altri dati raccolti dalla Piattaforma. Il primo riguarda la sovrabbondanza di codici di priorità P, ossia di prestazioni programmabili a 120 giorni, che in alcune Regioni è così elevata da risultare sospetta. Si passa infatti dall’85,5% della Basilicata o dall’80,1% della Campania all’8,8% dell’Emilia-Romagna e all’8,2% del Piemonte. A insospettire è anche quel 20% di assistiti che ha rifiutato il primo appuntamento proposto nei tempi leciti per accettarne uno spostato più in là nel tempo. Fatto che può dipendere dalla difficoltà del paziente ad accettare la data proposta per motivi personali, ma che quando supera la soglia del 30%, come avviene in diverse Regioni, può dipendere da altre ragioni. Come ad esempio la distanza dalla casa di un paziente anziano e fragile della struttura che dovrebbe erogare la prestazione. Questo perché questi malati cronici non vengono presi in carico dalle strutture specialistiche che dovrebbero calendarizzare da loro visite e controlli. Anche il tempo che intercorre tra la prescrizione e il contatto del paziente con il Cup può essere indice di qualche disfunzionalità nel sistema di prenotazione quando è troppo alta la percentuale di chi prova a prenotare oltre il tempo massimo del proprio codice di priorità. Come accade per le visite con codice B a 10 giorni, richieste oltre tale limite da un abbondante 19% di assistiti in Puglia, Marche e Sicilia. Sulle criticità si sofferma anche Schillaci. “Questa piattaforma non nasce per fare classifiche o cercare colpevoli ma per aiutarci a governare meglio il sistema, individuare le criticità e intervenire dove è necessario farlo”. Aggiungendo che “i primi dati mostrano un trend positivo”. Come migliorare lo dice invece il Dg di Agenas Tanese : ampliando l’offerta delle agende, digitalizzando il sistema, e migliorando sia la presa in carico di anziani e fragili che l’appropriatezza della domanda. Risultati conseguibili lavorando in stretta collaborazione con le Regioni ”.
Metà degli italiani fuori dall’SSN
Resta però il rebus del 50,8% per le prime visite e del 54,4% degli esami diagnostici mai eseguiti nel circuito pubblico o privato convenzionato da chi pure ha una ricetta targata Ssn in tasca. Percentuale che per gli accertamenti è tra il 60 e il 73% in 8 regioni: PA. Bolzano (73,4%), Friuli VG (66,6%) PA Trenti (64,5%), Valle d’Aosta e Veneto (64,4%), Emilia Romagna (64,2%), Campania (61,2%), Toscana (60,6%).
Un 25-30%, precisa lo stesso Tanese, “può essere fisiologico”. Ossia dovuto al fatto che ci si rivolga al privato coperto da una assicurazione o un fondo integrativo. Oppure che ci sia stato fatto prescrivere quel che non serve realmente. O semplicemente si è dovuto far riscrivere la ricetta viziata da un errore. Ma oltre questa soglia resta il sospetto di una difficoltà del servizio pubblico a farsi carico dei bisogni sanitari degli italiani.