Regia di George Brown, supervisione di Lina Wertmüller. In un’Italia remota, tra i ‘60 e gli ‘80, in cui alcuni registi ricorrevano agli pseudonimi, l’autrice premio Oscar per Pasqualino Settebellezze, realizzava uno splendido musicarello in cui Rita Pavone, adolescente ribelle con la voce da rocker e la divisa da collegiale, si innamorava di un insegnante di musica (Giancarlo Giannini), timido, imbranato, e anche molto infastidito da quella corte sfacciata. Il film era Rita la zanzara, l’anno era il ‘66, insieme ai due protagonisti giovanissimi, recitava, in un crescendo esemplare di canzoni, risate, colpi di scena, un cast pieno di grandi attori e beniamini del pubblico, da Peppino De Filippo a Gino Bramieri, da Turi Ferro a Laura Efrikian, da Milena Vukotic a Nino Taranto. La casa di produzione, che oggi firma con la Cineteca Nazionale il restauro della pellicola, era la storica Titanus, lungimirante al punto da «investire nel genere dei musicarelli», elevandone gli standard qualitativi, applicando la propria straordinaria macchina produttiva, trasformando un fenomeno di costume in un genere cinematografico autonomo, strutturato e codificato, in grado di intercettare i desideri delle nuove generazioni e di ridefinire il pop in chiave italiana».
Dell’opera, proposta stasera in anteprima a Bologna nell’ambito della rassegna «Il cinema ritrovato», Guido Lombardo, presidente di Titanus S.p.A, ama ricordare soprattutto l’autrice, «Linucciola», come era abituato a chiamarla fin da bambino, che nei pomeriggi d’infanzia, lo chiamava spesso: «Guidino dove sei, che stai facendo, ti va il gelato? Allora vieni di corsa: Lina abitava dietro Piazza del Popolo, io mi precipitavo, salivo su e lei mi dava il gelato. Tra Lina e la mia famiglia c’era, insieme alla grandissima stima, un’amicizia talmente bella, talmente dolce… Con papà, poi, andava d’accordissimo».

Il primo a conoscere l’idea di Wertmüller era stato proprio lui, Goffredo Lombardo, il produttore del Gattopardo: «Papà mi raccontò che appena lei gli aveva detto il titolo del film che aveva in mente, lui si era subito convinto. Era dura con tutti, tranne che con noi. Io ero piccolo, il film l’ho visto molti anni dopo, ma ricordo che era divertente, strepitoso, pieno di vita e di sorprese, forte come Lina, una bomba atomica come lei». Con Pavone il rapporto era diverso: «L’ho conosciuta, persona favolosa, stupenda, ma il legame che avevo con Lina è sempre stato speciale».
Oscar alla carriera quando Lina Wertmuller disse: “Mi fa piacere, punto e basta, non so se andrò alla cerimonia”

Rita la zanzara aveva la forza delle opere che spianano la strada a tutte le altre: «In quel film – spiega Steve Della Casa, Conservatore del Csc –Cineteca Nazionale – c’erano un sacco di cose. Rita Pavone, bravissima, faceva le imitazioni di Marilyn Monroe, Charlie Chaplin, Mina. Giancarlo Giannini interpretava, a mio parere, uno dei suoi ruoli più riusciti, e poi si vedevano, giovanissimi, Loredana Bertè e Renato Zero, irriconoscibili nei loro costumi da ballerini». L’altra caratteristica importante riguardava i colori: «Quando si fa un restauro, si lavora anche sull’aspetto cromatico, mi piaceva l’idea di valorizzarlo. Tra l’altro, anche se napoletana, Wertmüller aveva usato moltissimo il viola, dimostrando quindi di non essere affatto superstiziosa». Poi, naturalmente, ci sono i contenuti: «Di solito i musicarelli erano cuciti addosso ad attori improbabili, con storie altrettanto improbabili, che servivano solo a far ascoltare delle canzoni. Wertmüller invece aveva inserito tante coreografie in un racconto che, oltre al divertimento, conteneva una grande carica erotica. Pavone fa l’alunna, ma anche la donna sexy, quando va in discoteca si veste da vamp, una vera forza della natura. La storia, tra l’altro, era molto avanti rispetto alla morale dell’epoca, Rita ha una cotta per il professore, gli fa il filo, lui non la vuole, lei fa di tutto per averlo». Wertmüller, prosegue Della Casa, «era agli inizi, infatti si firmò George Brown, ma aveva già idee chiarissime. La sua regia, rispetto a quella degli altri musicarelli, era nettamente superiore, aveva una sua complessità, un ritmo incalzante».


La versione restaurata, già proiettata con gran successo, dieci giorni fa, alla Cinematheque française di Parigi, per l’inaugurazione della retrospettiva dedicata a Lina Wertmüller, ha anche un altro significato: «Restaurare il cinema popolare è un’operazione significativa. Questo film racconta gli Anni ‘60 e la rivoluzione giovanile di quel periodo molto di più di un saggio di sociologia. Se fossi un insegnante di storia lo farei vedere ai ragazzi per mostrare loro che, in quell’epoca, poteva anche succedere che una ragazzina dispettosa prendesse di mira un professore di cui si era invaghita e, alla fine, riuscisse a raggiungere l’obiettivo. Insomma, i cambiamenti nel costume erano già iniziati». Le storie della vita, osserva Guido Lombardo, «sono sempre le stesse, amore, drammi, gelosie, mio padre ha creato i musicarelli con Gianni Morandi, Al Bano e Romina, e con Lina. Per questo abbiamo intenzione di andare avanti con i restauri, ne faremo tanti, e poi continueremo con le serie». Il problema vero, aggiunge, «è che i ragazzi di adesso hanno un limite di attenzione che non supera i tre minuti. Ne parlavamo l’altro giorno con Carlo Verdone. Due mesi fa sono entrato in una sala cinematografica, una delle poche sopravvissute, ne sono uscito subito dopo. Era piena, ma avevano tutti il telefonino acceso, vedevano il film così».