Inutile dirlo, l’irresistibile motivo di attrazione di Bunker, ieri in gara alla Mostra, è nella scelta, meditata e vincente, di mettere in scena la dinamiche conflittuali di una coppia affidandosi al glamour e al talento di due attori, Penelope Cruz e Javier Bardem, che coppia sono davvero, ben oltre lo schermo: «Recitare con mia moglie ? – commenta lui, fascinoso e stropicciato, con la spiaggia dorata del Lido alle spalle – Un piacere, una gioia, un lusso. Il regista Florian Zeller ha descritto una relazione piena di dettagli che esplorano la vulnerabilità e la disperazione che tutti ci portiamo dentro.I nostri sono personaggi complessi, insomma, era una sfida, nel senso migliore del termine». Poco dopo, Penelope Cruz, sullo schermo la moglie dell’architetto di grido Miguel, sorride all’inevitabile domanda sul lavoro fianco a fianco con il consorte: «Ci conosciamo da oltre 30 anni, certo che litighiamo, ma fuori dal set. Amiamo entrambi questa professione, però cerchiamo di mantenere un buon equilibrio, non parlarne troppo a casa. Quando stai preparando un film insieme, è naturale che il lavoro entri più spesso nelle conversazioni, ma non ci capita spesso». Era successo nel film di Asghar Farhadi Tutti lo sanno ma, aggiunge Cruz, «abbiamo rifiutato altri progetti perché non ci sembravano adatti a noi, o almeno non in quel momento. Con Bunker, invece, non c’è stato alcun dubbio». La ricetta dell’amore eterno ovviamente non esiste, anche se Cruz e Bardem danno l’idea di averla scoperta: «Non so quale sia il segreto per una relazione duratura – dice lui, parlando dei protagonisti del film -. A volte non ci riconosciamo. A volte ci guardiamo, ma siamo accecati dai nostri bisogni, dal nostro ego. Non vogliamo essere amorevoli, vogliamo avere ragione. Sono cose che possono uccidere qualsiasi rapporto, e comunque non so quale sia il modo per farli durare».
LA PRESENTAZIONE
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CLAUDIA CATALLI


L’idea del film, spiega Zeller, nasce da un articolo in cui si parlava del progetto di un bunker sotterraneo alle Hawaii da parte del fondatore di Meta, Mark Zuckerberg: «Rimasi affascinato – confessa -. Zuckerberg ha fatto fortuna grazie all’idea di mettere in contatto le persone, e poi, proprio lui, ha ideato un piano B per isolarsi dal mondo. Più ci pensavo, più capivo che, in una certa misura, siamo tutti tentati di vivere in un bunker, non reale, ma invisibile. Il modo di vivere che stiamo adottando sempre più spesso ci fa credere di non avere davvero bisogno degli altri. Cibo, amore, sesso, amicizia, interazioni sociali, si può rinunciare a tutto, come se il mondo non fosse più un luogo da abbracciare, attraversare, vivere». Quando Miguel riceve la proposta miliardaria dal magnate della tecnologia (Paul Dano) gli scricchiolii di un matrimonio sull’orlo della crisi diventano rumori incessanti, cui è impossibile sfuggire. All’infelicità della moglie Sofia, cui è legato da 17 anni, si aggiunge lo strano caso di un buco nel muro del giardino di casa, aperto a picconate dal proprietario indigente di un garage che l’uomo vorrebbe trasformare in abitazione: «Il film – dice Bardem – lavora in modo rigoroso sull’importanza della connessione tra le persone. Riguarda le società, certo, ma anche la relazione più semplice tra individui. In un momento storico in cui siamo continuamente incoraggiati a disconnetterci, perché il dolore che ci circonda è enorme, dall’emergenza climatica ai genocidi, il vero coraggio è non perdere la capacità di guardarci negli occhi e lasciare che l’altro ci tocchi, ci influenzi. Serve coraggio, ma è l’unica via d’uscita».


Difficile, in questa fase, restare ottimisti: «Dipende dall’ora del giorno – confessa l’attore -. Non saprei dire se sono ottimista o pessimista, cerco di essere realistico e, realisticamente parlando, penso che questi siano tempi molto complessi. Soprattutto per i giovani. Io, a 57 anni, ho ancora il riferimento di un mondo analogico, in cui ci si prendeva il tempo per digerire le cose. Oggi viviamo in un’epoca completamente diversa. Saranno le nuove generazioni a decidere cosa verrà dopo, spero che riusciremo ad aiutarli a capire che bisogna prendersi del tempo per riflettere, non essere prigionieri di un’informazione rapida, frenetica, ansiosa». Secondo Cruz «i giovani stanno iniziando a rendersi conto di tante cose, ho anche l’impressione che oggi parlino di politica molto di più del passato».
La storia di Bunker (dal 21 gennaio nei cinema con Notorious Pictures) induce a riflettere, secondo Bardem, su certe dissonanze evidenti, come «la mancanza di moralità di persone che garantiscono una connessione digitale globale ma, allo stesso tempo, alimentano una distanza enorme tra gli individui». In quanto artista, dice ancora l’attore, «sento la responsabilità verso il mondo in cui viviamo, senza darla per scontata. Ho più strumenti a disposizione rispetto a chi fa un altro mestiere, ho qualcuno che mi ascolta». L’atteggiamento dell’Europa nei confronti dell’immigrazione è uno dei nodi che gli stanno a cuore: «L’Europa non riflette davvero su ciò che dovrebbe rappresentare: i valori di una democrazia autentica e di una vera inclusione. Ci sono Paesi che stanno diventando sempre più estremi. L’immigrazione è il risultato, ma la causa è un’altra: politica, geopolitica, climatica, sociale. Non dobbiamo colpevolizzarci, ma essere consapevoli, questo sì, e sostenere misure che aiutino le persone a costruirsi una vita migliore nei loro Paesi».