
Varcata la soglia degli ottant’anni, la storia della Rai necessita forse di un rigenerante ritorno alle origini. Nell’immediato dopoguerra, infatti, furono indicati alla neonata “Radio Audizioni Italiane” alcuni (ancora attualissimi) parametri d’azione e finalità istituzionali quali il servizio pubblico, il decoro e il valore culturale. Difficile immaginare qualcosa di più estraneo all’originario ruolo educativo e formativo-informativo dello sconcertante siparietto andato in onda martedì sera nel programma di Rai3 “Filorosso” condotto da Antonino Monteleone.
In un affollato e caotico dibattito sulle stragi di mafia del 1992 le voci degli ospiti in studio e in collegamento si sono accavallate e confuse come in un’ingestibile riunione di condominio finché l‘ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, attuale presidente della Fondazione Nenni, ha perso le staffe per una interruzione nell’acceso confronto con l’ex pm di Mani Pulite Antonio Di Pietro e ha distintamente bestemmiato il nome di Dio. A quel punto il conduttore ha cercato di ovviare con un poco comprensibile paragone con un’altra trasmissione (il Grande Fratello Vip) dove Simone Annichiarico nelle scorse settimane è stato squalificato per lo stesso motivo. “Qui non siamo al Grande Fratello, non verrà espulso”, ha detto Montelonw portandosi le mano alla fronte e aggiungendo: “Mamma mia”.
In Italia la bestemmia non è più un reato. Dal 1999 è stata depenalizzata e trasformata in un illecito amministrativo punito con una sanzione pecuniaria che va da 51 a 309 euro, ai sensi dell’articolo 724 del codice penale. Il vilipendio della religione (articoli 403 e 404 del codice penale) è invece un reato che punisce le offese pubbliche a una confessione religiosa. Della ferita morale inferta a milioni di credenti che pagano il canone per il servizio pubblico qualcuno chiederà conto?